15 dicembre 2010

Noi credevamo (un'altra volta), amore

«Li lasciai all'angolo di Rue St. Honorè e non li ho visti più. Avevo una gran fretta di liberarmi della mia bomba, perché volevo tornare indietro sulla via St. Honoré. Ma poi ho pensato che i boulevards erano molto più belli, e ci sono andato. Ho visto tanti soldati a cavallo e una luce biancastra. Più avanzavo, più la luce aumentava. Non sapevo cosa volesse dire. Poi ho camminato fino in fondo alla via e ho visto l'illuminazione del teatro. Andando avanti la folla diventava sempre più grande e io la seguivo. Poi sono arrivato in fondo all'incrocio con Rue Rossini e lì sono stato fermato dal signor Hébert che mi conosceva... C'est tout.»

***

«Io non ho certezza positiva alcuna, quando mi valgo del verbo credere esprimo una speranza e non già una cognizione».

***

«Quand'anche le vostre speranze fossero state deluse non sette volte, ma settanta volte sette, non rinnegate mai la speranza... Quando un tentativo s'è fatto e non è riuscito, bisogna guardarsi attorno, e guardarsi dentro, e riflettere attentamente, e scoprire, e confessarsi gli errori commessi, e veder d'onde vengono, e cercar le vie che potrebbero ripararli, poi ricominciare da capo, e una terza volta, e una quarta, e finché si riesca. La nostra è guerra, guerra mortale: guerra che si combatte secretamente da anni, da secoli, e volete vincere alla prima battaglia...»


Breve selezione di pezzi di sceneggiatura: trascritti così non hanno una briciola della bellezza che acquistano quando vengono recitati.
Mario Martone lo spiega molto meglio di me, perciò da qui in poi taccio - anche se vorrei scrivere per un anno intero - e lascio spazio a lui. Era solo necessario puntualizzare questa dichiarazione d'amore assoluto:
Noi credevamo è un film bellissimo. E alla prima visione non lo avevo compreso del tutto.



«Miei grandissimi alleati, sempre, sono stati gli attori. I quali hanno sentito questo film come un film d'azione, inteso come "azione drammatica". L'incontro-scontro tra la lingua e i materiali veniva subito percepito dagli attori come una sfida sul piano della recitazione. A film concluso, per me è stata una grande soddisfazione vedere, nelle scene di dialoghi in cui ho creduto, come questi attori siano stati capaci di renderli vivi.
Faccio un esempio: la deposizione del secondo componente della banda Orsini, Giuseppe Andrea Pieri (di cui s'impossessa il personaggio di Angelo) al processo per la strage di Parigi. Ero convinto che Valerio Binasco sarebbe riuscito a fare della deposizione un momento centrale dell'episodio. Ma chiunque leggeva quella parte della sceneggiatura si chiedeva: "Sarà veramente necessaria questa deposizione?" Lo sarebbe stata nel momento in cui l'attore l'avrebbe resa tale.»

25 novembre 2010

Giovine Italia

In principio fu Federico Rampini: le sue osservazioni sulle disavventure teatrali di Scarlett Johansson inaugurarono la serie di post dedicati alla meglio e peggio gioventù che recita al cinema e sul palcoscenico, oggi raccolti sotto l'etichetta "giovini".
Scopo del gioco, non tanto fustigare gli asinelli quanto portare l'attenzione sui "capaci e meritevoli".
È quindi con tanta, tanta contentezza che do il mio contributo alla causa con quest'intervista a un capacissimo e meritevolissimo giovine attore, di cui tra l'altro parlai brevemente in passato (e implicitamente anche qui): Marco D'Amore, ora protagonista con Toni Servillo di Una vita tranquilla.

13 novembre 2010

Sigismondo di Castromediano


«Il pubblico ha il proprio carico di responsabilità e pecca gravemente di distrazione se a uno come Andrea Renzi sul red carpet veneziano di Noi credevamo non vengono buttati baci né chiesti autografi»: l'ho scritto io.

Qualcuno potrebbe legittimamente domandarmi: cara signorina lamentosa, perché non glieli hai buttati tu, i baci?
Purtroppo non possiedo la disinvoltura necessaria per gridare lungo i tappeti rossi; voglio però testimoniare - in un momento complicato per Noi credevamo che deve cercare di riempire come uova sode nel guscio le 30 sale ospitanti - che il 7 settembre 2010 ero, benché muta, lungo quel tappeto rosso (rinunciando tra l'altro a Into Paradiso le cui due proiezioni coincidevano sfortunatamente con la proiezione mattutina e col red carpet pomeridiano di Noi credevamo). Ero lì, non urlavo né lanciavo baci. Mi riparavo dai colpi, dalle gomitate e dai pugni dei cacciatori di autografi (non i fan sinceri - che pure c'erano, soprattutto per Francesca Inaudi - ma gli umiliatori di attori, quelli che lanciano penna e blocchetto a chiunque calpesti il tappeto e indossi un vestito da sera, anche se non hanno la più pallida idea di chi sia e nemmeno si pongono il problema: se cammina lì sarà famoso).
Fotografavo, però. Fotografavo soprattutto Andrea Renzi.

Venerdì 12 novembre il sito del Corriere della Sera si è dedicato al film di Martone, proponendo una conversazione con Francesca Inaudi e i giovini attori Edoardo Natoli, Andrea Bosca, Luigi Pisani e Michele Riondino (bisogna volere tanto bene ai giovini attori), i primi 12 minuti del film e la diretta dell'incontro con regista e attori presso la Sala Buzzati di Milano. Al momento non mi sembra sia possibile rivedere online quest'ultimo video. In ogni caso, bisogna trasmettere ai posteri uno stralcio della chiacchierata:

Ci si avvia alle conclusioni. Domande dal pubblico? Ora o mai più, Servillo e Renzi devono scappare, stasera sono a teatro a Vigevano.
Una signora del pubblico prende la parola: «C'è rimasto solo il mare, il sole...»
Toni Servillo: «... i mandolini...»
Signora: «... e Lei!»
Toni Servillo: «Ma no... a Napoli ci sono tante cose!»
Andrea Renzi: «Ce sto pur'io, signo'! (risata generale) Vabbè, pe' consolalla!»

(la cornice/polaroid intorno a Renzi è di Mutsie)

5 novembre 2010

su Cineforum n. 497

Non ho nulla da linkare perché il sito non è aggiornato, segnalo comunque che il mio articolo sulla sezione competitiva dell'edizione 2010 della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è stato pubblicato sull'ultimo numero di "Cineforum", il 497, quello con Somewhere in copertina.
Visto che su questo blog ho parlato finora solo dei miei innamoramenti russi, faccio un rapido riassunto dei film in concorso a Pesaro:

- Kislorod di Ivan Vyrypaev (Russia), su youtube se ne trovano diversi frammenti. Un lavoro notevole, anche perché è nato come testo per il teatro e non deve essere stato facile tradurlo cinematograficamente. La bellezza magnetica delle immagini vale la visione, anche se la valanga di parole finisce per essere un po' opprimente.
- Vaho di Alejandro Gerber Bicecci (Messico), film drammatico/corale che sarebbe tranquillamente importabile nel nostro Paese. Lo rivedrei volentieri. La cosa brutta di un festival come Pesaro è sempre la stessa: "vieni vieni, ti facciamo vedere un sacco di bei film. Piaciuti? Bene! Ora torna a casa, taci e rassegnati, tanto non usciranno mai!"
- Miyoko asagaya kibun di Yoshifumi Tsubota (Giappone), interessante soprattutto visivamente (si parla della vita - vera - un disegnatore di manga), anche se i deliri dell'"artista maledetto" dopo un po' innervosiscono.
- Hoe-ori ba-ram di Kun-jae Jang (Corea del Sud), il vincitore, avevo già detto che mi era piaciuto. Delicato e appassionante.
- El pasante di Clara Picasso (Argentina), grazioso malgrado la storiellina minima-minima. E l'attrice ha una faccia conosciuta che non ho ancora identificato.
- Der räuber di Benjamin Heisenberg (Austria), uno di quei film su cui, una volta visti, "fai la croce" e pensi che non li rivedrai mai più. Un protagonista orribile, una storia di una freddezza pericolosa. Molto ben fatto, però. Insieme al coreano, per me il migliore del gruppo.

... ah, e visto che si parla di Pesaro: FORZA AUSTRIA!

- Aggiornamento 15 novembre: il nuovo sito di Cineforum e il sommario del 497.

2 novembre 2010

Il cuore vorrebbe tacere e conservare i pensieri in silenzio ma la gratitudine e la giustizia mi spingono a parlare: pochissime parole, allora, solo per dire a chi legge che gli attori di questa compagnia sono persone bellissime.

26 ottobre 2010

piccioni, violinisti, bimbi cresciuti che giocano a la uerra e anatomie deformate

Sabato sera ero al Fano Film Festival per ritirare il premio: non c'era la Principessa Inaudi, purtroppo, ma c'erano i corti vincitori!

Italiani
Caffè Capo di Andrea Zaccariello (primo premio)
Simpatico. Il "ribaltamento" finale mi ha ricordato quello di un altro corto che credo di aver visto qualche anno fa durante un seminario organizzato dalla rivista "Duellanti" a Milano, però non ricordo titolo e autore. Potrei cercare tra i vecchi quaderni d'appunti.
Insula di Eric Alexander (secondo premio)
Bello! "Un thriller dove il pericolo è il diabete", l'ha definito il regista: è vero e funziona bene.
Uerra di Paolo Sassanelli (terzo premio)
Molto grazioso, una piccola commedia dove si gioca a la uerra tra cortili e mura domestiche subito dopo la fine della uerra vera. E non giocano solo i piccoli.

Stranieri
Le jouer de citernes di Emmanuel Gorinstein (primo premio)
Bellissimo e suggestivo: una specie di appassionato pifferaio magico, armato però di violino, incanta le cisterne minacciose col suono del suo strumento e libera la città.
Qui un frammento.
Pigeon: Impossible di Lucas Martell (secondo premio)
Corto animato (si può vedere su youtube), niente di straordinario nell'animazione però carino! Il piccione vale la visione.
Jesusito de mi vida di Jesus Pérez-Miranda (terzo premio)
Delicato. I terrori notturni del piccolo Jesus e le preghiere rivolte al suo omonimo raffigurato sul crocifisso dietro al letto: toglimi la paura, Jesus, toglimi la paura di alzarmi dal letto e attraversare il corridoio per andare in bagno, toglimi il bisogno di fare la pipì.
Troppi ridacchiamenti in sala.

Premio speciale della giuria
Petite anatomie de l'image di Olivier Smolders
In sostanza, modelli anatomici di cera deformati con l'uso di specchi e inquadrature ben studiate. Una galleria di mostruosità piuttosto disturbanti generate però dalle forme più semplici e naturali, quelle del corpo umano. Non da rivedere tutte le sere ma il lavoro dell'autore è stato grosso. Notevole, insomma.

11 ottobre 2010

Un premio dal Fano Film Festival

Non è la cosa giusta di cui parlare ora. Non in un periodo in cui il mio unico pensiero fisso è Giuseppe Mazzini (puntate precedenti: qui, qui, qui e qui; prossime puntate: coming soon). Non in un mese nel quale sto ostinatamente rimandando la visione di The Last Airbender perché spendere 10 euro per la proiezione in 3D è un fastidio troppo grosso. Eppure è una notizia e come tale va data, visto che oltretutto mi riguarda in prima persona.
La mia tesi dedicata al cinema di M. Night Shyamalan, con la quale sono "uscita fuori" (non ho ancora capito se devo definirmi laureata o diplomata) dall'Accademia di Belle Arti ha ricevuto il premio per la miglior tesi di laurea di argomento cinematografico assegnato dal Fano International Film Festival:

In base a quanto scritto sul programma ho buone possibilità di incrociare Francesca Inaudi, migliore attrice per Insula. A dire il vero ho visto madamigella Inaudi appena un mese fa a Venezia e dunque non dovrebbe esserci tutta questa urgenza, ma un mese fa non avevo questo libro e di conseguenza nemmeno la bellissima foto di Francesca nei panni della Principessa di Belgiojoso sulla quale un autografo starebbe a meraviglia.
Siamo già tornati su Mazzini e i suoi amici. Povero Night.

(Per la cronaca, Noi credevamo esce - in versione purtroppo ridotta - il 12 novembre. Ancora ignoto il numero di copie. Fonte: la pagina Facebook)

3 ottobre 2010

Noi credevamo, novità di carta

Aspettando che l'uscita in sala di Noi credevamo di Mario Martone passi da un vago "novembre 2010" ad una data fissata con tanto di giorno del mese e numero di copie, due uscite editoriali rallegrano l'autunno: il romanzo di Anna Banti da cui Martone ha tratto (in parte) il suo film è stato finalmente ripubblicato da Mondadori che l'ha ripescato dal dimenticatoio in cui era caduto per più di trent'anni, mentre Bompiani manda in libreria un volume con sceneggiatura del film, foto e interviste.

Dopo i seri consigli per gli acquisti libreschi, una frivola parentesi fangirlica: in Italia non è usanza, e a mio modo di vedere è proprio un peccato, ma quanto sarebbero belli i poster distinti per ogni personaggio?

23 settembre 2010

cose belle (Emidio Greco, Leonardo Sciascia, Tommaso Ragno. E Toni Servillo, quello sempre)

Quando - un paio di post fa - minacciavo di spiegare il mio amore per Emidio Greco, lo facevo non per narcisismo o per infantile voglia di comporre versi amorosi, ma perché credo che gettare nel mondo (o su Internet) qualche parola dedicata a questo regista (decisamente poco popolare, anche tra gli appassionati di cinema) possa fare un gran bene al mondo e alle persone che lo abitano.

Emidio Greco ha diretto due adattamenti da romanzi di Leonardo Sciascia e vorrei tanto che continuasse, vorrei che girasse un nuovo Giorno della civetta, perché insomma... quello di Damiano Damiani sarà pure un film buono e onesto ma il romanzo è incantevole, è tanto bello da non poterci credere. E di questo incanto perfetto, che è tutto nella scrittura di Sciascia e davanti al quale si potrebbe piangere per giorni di estasi e stupore, nel film non c'è traccia.
Ma non siamo qui per sparlare della Civetta cinematografica. Siamo qui per tessere le lodi di Una storia semplice e Il consiglio d'Egitto tradotti in immagini da Greco.
Si diceva che la scrittura di Sciascia è incantevole: sì, lo è in un modo che lascia stupefatti, innanzitutto per come racconta i personaggi e per come penetra nei loro pensieri e li ricostruisce sulla pagina con frasi e figure. Greco sa restituire quest'incanto commovente, ha l'eleganza giusta, un'eleganza di pensiero e di sguardo e un'esatta capacità di rappresentare la bellezza.
È la bellezza che si imprime in testa, vedendo i due Sciascia-film diretti da Greco, è la bellezza disperata di Francesco Paolo Di Blasi (Tommaso Ragno nel Consiglio d'Egitto), è la bellezza rassegnata e dignitosa del Professor Franzò (Gian Maria Volonté in Una storia semplice).

Greco parla sempre di bellezza, anche nell'ultimo film presentato fuori concorso a Venezia, Notizie degli scavi, tratto da un racconto di Franco Lucentini (l'ha spiegato lui stesso in conferenza stampa), ma parla anche - sempre - di ambiguità, di impossibilità di raddrizzare l'esistenza e la vita secondo principi di verità e di giustizia, di incapacità di vivere e di essere in un ambiente che funziona in modo sbagliato e pericoloso.

Tommaso Ragno è stato l'interprete, nel 2007, di L'uomo privato, ancora per la regia di Emidio Greco: ancora una volta la bellezza, questa volta con un senso anche negativo, perché il fatto che il protagonista sia bello lo rende una specie di immagine che gli altri vogliono per sé, che usano per i propri interessi, che piegano alle proprie idee. L'"uomo privato" è un uomo che nessuno conosce, che nessuno si dà la pena di conoscere e che non sa come farsi conoscere; è privato perché non parla e non comunica, ma è anche privato di ogni cosa positiva, e di questa privazione distruttiva lui è responsabile tanto quanto le persone che vivono intorno a lui.
Le difficoltà recitative imposte a Ragno da L'uomo privato sono enormi, perché tutta questa massa di ambiguità che ho cercato di riassumere, in maniera piuttosto approssimativa, in queste righe, lui la rende chiarissima con gli occhi, i movimenti o l'immobilità del corpo, il tremore di un muscolo del viso, i passi di una camminata, il tono di voce. Il film è lui.

Tommaso Ragno fa poco cinema e molto teatro, nella prossima stagione sarà ancora in tournée, nei panni di Guglielmo, con la Trilogia della villeggiatura diretta da Toni Servillo. L'archivio di Palco e Retropalco conserva le versioni tv di Troilo e Cressida e Lo specchio del diavolo, entrambi diretti da Luca Ronconi. Ha interpretato Giasone nella Medea di Emma Dante e nella rivisitazione cinematografica della tragedia greca diretta da Tonino De Bernardi, Médée Miracle (trasmessa già un paio di volte da Rai3 nella programmazione notturna di Fuori Orario).

La qualità più bella di Ragno è forse la voce, l'abilità vocale che infonde nella propria recitazione, vale quindi la pena di ascoltare anche gli audiolibri da lui realizzati per la trasmissione di Radio3 "Ad alta voce": ad esempio, Il ritratto di Dorian Gray.

Anche il signor Servillo ha prestato la propria voce per alcune letture radiofoniche, tra cui Il giorno della civetta e Una storia semplice (per scaricarli si può fare riferimento al solito forum Rai). Siamo tornati a Sciascia, dunque. E qui chiudiamo.

14 settembre 2010

a Venezia la giratempo non è inclusa nell'accredito (e nemmeno la borsa di stoffa)

Il primo dramma, con i piedi sul suolo veneziano, la stoppa in testa a causa dell'umidità e il tanto desiderato accredito stampa al collo, è ricordarsi che la giornata è fatta di sole, misere 24 ore e che, per quanto si cerchi di dimenticarsi della necessità di mangiare, dormire e usare il bagno, la giratempo non viene inserita nel sacchetto di carta con stampato il leoncino rosso (quest'anno, la tanto utile borsa di stoffa non era in regalo) insieme al tesserino e al libretto del programma.
La mancanza della suddetta giratempo ha causato scelte crudeli e non facili, richiedendo una gelida fermezza nell'essere fedeli alle proprie priorità di vita (nel mio caso, soprattutto Toni Servillo).

Il secondo dramma è non avere la forza sufficiente di rinunciare a tutti quei film che poi usciranno certamente nei cinema, per il puro capriccio di vederli in anteprima, con gli attori in sala e - nel caso delle opere straniere - in lingua originale e anche per seguire le conferenze stampa con cognizione di causa (l'anno scorso mi erano precluse perché avevo un accredito di casta inferiore). Se fossi una persona seria, avrei tralasciato Black Swan, Noi credevamo, Somewhere e mi sarei drogata di cortometraggi, documentari, film provenienti da cinematografie lontane e poco conosciute. Purtroppo, sono solo una (toniservillesca) fangirl.

Cerco quindi di recuperare un briciolo di dignità non parlando delle foto scattate (poche, a dire il vero), dei complimenti recapitati ad un pugno di persone da me molto amate, delle code per gli ingressi né dei tappeti rossi (avendone in realtà seguiti solo uno e mezzo... rischiare di essere schiacciata e riempita di gomitate da gente che strappa un autografo a Fiona Shaw scambiandola per Francesca Inaudi mi ha decisamente traumatizzata), bensì dei film. Di alcuni film. Non parlerò di Gorbaciof, almeno per ora, perché far vedere a me quel film è stato come invitarmi ad un pranzo il cui menù elenca, dall'antipasto al dolce, tutti i miei piatti preferiti. Al momento, il mio unico desiderio è avere in casa dvd e colonna sonora.
Si diceva, i film:


- Noi credevamo di Mario Martone
L'impressione che ho avuto ascoltando la conferenza stampa (non solo le parole ufficiali pronunciate nei microfoni ma le chiacchiere sussurrate dai giornalisti in platea) e sbirciando giudizi qua e là (spesso positivi, tra l'altro, benché molti siano scappati prima della fine della proiezione delle 8:30), è che si sia posto l'accento soprattutto sui legami che il film stringe con la nostra realtà politica di oggi (che pure ci sono, è inevitabile e giusto trattandosi di storia italiana), mentre mi sembra che Noi credevamo parli molto e con modalità ragionate e raffinate, di ieri. E non c'è niente di male in questo, parlare del passato non significa dimenticare il presente, anzi.
Luigi Lo Cascio in conferenza stampa ha parlato dell'impossibilità di approcciare i personaggi con un'interpretazione che faccia leva sull'empatia diretta e la psicologia: non si può, perché la mentalità, la fede e le ideologie di Domenico&co. non sono rapportabili alla nostre. Appartengono a quella determinata epoca, dove il problema era volere la costituzione di uno stato democratico e repubblicano e vedersi invece sconfitti dal permanere della monarchia e dei suoi privilegi; era credere nella spinta etica e, per alcuni, divina verso l'unificazione del paese; era la fiducia in un eroismo patriottico anche violento che oggi, nel 2010, dopo dittature e terrorismi, non possiamo più nemmeno ipotizzare.
Noi credevamo è un film storico che non racconta, come fa notare Lo Cascio, le esperienze di personaggi in cui uno spettatore di oggi possa realmente identificarsi, ma mette in scena - incarnati da attori nei panni di persone realmente esistite e non - concetti per noi datati e lontani, teorie, idee politiche, religiose e morali.
Alla luce di tale impostazione, l'interpretazione di Toni Servillo è quella più brillante e sostanzialmente perfetta: alla proiezione del film, non sapevo che - come hanno spiegato successivamente in conferenza Martone e De Cataldo - la sceneggiatura facesse parlare i protagonisti con parole prese da lettere, scritti e documenti originali, eppure il Giuseppe Mazzini di Servillo mi ha dato subito l'impressione, dopo pochissimi secondi dalla prima apparizione sullo schermo, di essere l'incarnazione di un pensiero astratto, non un personaggio in carne ed ossa; quel Mazzini mi ha fatto paura, perché era inquietante, non era umano, era l'immagine di uno spirito. Insomma, Noi credevamo è una drammatizzazione di parole scritte intorno alla metà dell'800 per essere lette, per comunicare un pensiero politico, certamente non per essere recitate.
Su questo, io credo, ci si dovrebbe soffermare e su questo basare critiche e consensi: sulla scrittura, sulle parole, sulla recitazione, sulla musica e il sonoro (a tal proposito, i titoli di coda col canto garibaldino straniato e disturbato sono sublimi). Non su come si possa incastrare il film di Martone negli schieramenti politici di oggi.
A Venezia ho scritto (e pubblicato sul giornalino di EcoArca, per info >qui<):

- articolo pre-visione sul romanzo di Anna Banti (di cui il film esprime pienamente il senso, tutto basato sull'idea della colpa, dell'errore personale e collettivo) e le basi storiche http://www.loudvision.it/rubriche-noi-credevamo-mario-martone-racconta-il-risorgimento--930.html (al libro avevo già dedicato un post);

- Cogunluk di Seren Yüce
Mentre me ne sto al Club Orizzonti (una stanza del Palazzo del Casinò dedicata ad incontri e cose
varie) ad aspettare una conferenza stampa che poi viene annullata, mi capita tra le mani il

pressbook di Cogunluk (Majority), un film turco.
L'anno scorso a Pesaro ho visto un film turco bellissimo, Kara Köpekler Havlarken (Black Dogs Barking), perciò sono convinta di potermi fidare, e nel pomeriggio di sabato 11 me ne vado in sala. E ne esco entusiasta.

Un film - che poche ore dopo, con mia profonda esultanza, vincerà il premio Luigi De Laurentiis come miglior opera prima - perfetto, compatto, senza un'incertezza, una caduta di stile, una banalità nel mettere insieme contenuto (una storia d'amore soffocata nella Istanbul di oggi tra un ragazzo reso mortalmente insicuro da un padre tiranno e una ragazza curda sensibile e intelligente perseguitata dalla famiglia di origine che vuole riportarla al villaggio e impedirle di studiare) e forma (dialoghi sempre credibili, così come la messa in scena delle dinamiche familiari e delle reazioni emotive, inquadrature giuste ed essenziali, recitazione pulita, personaggi interessanti e veri). Me ne sono innamorata. Voglio il dvd.

- En el futuro di Mauro Andrizzi
Vincitore del Queer Lion Award.
A parte l'incipit un po' troppo lungo e sbrodolato, è un lavoro notevole: i capitoletti a metà tra il documentaristico e il teatrale sono rigorosi nell'impostazione dell'inquadratura (fissa) e ottimamente recitati. Si segue con piacere e interesse dall'inizio alla fine.

21 agosto 2010

Venezia 67, be prepared

Come cantava il nostro amatissimo Scar con la voce del nostro piùcheamatissimo Jeremy "So prepare for a chance of a lifetime, be prepared for sensational news, a shining new era is tiptoeing nearer [...] be prepaaared!"
A differenza del fascinoso felino, non coltivo sogni di gloria né ovviamente progetto un omicidio: più semplicemente, mi preparo a partire per la 67. Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Tuttavia, la citazione lionkingiana si rivela appropriata in più punti: la "chance of a lifetime" sta nel fatto che il signor Servillo ha ben 3 film - e sottolineo 3 - alla Mostra, due dei quali mi fanno vivere in ansia e trepidante attesa da mesi (ci sarà modo di tornarci su); le "sensational news" sono quelle che spero di trovare e diffondere, tanto più che quest'anno avrò un accredito stampa (grazie a LoudVision) che aumenterà le occasioni di fare cose e vedere film e persone; la "shining new era" è quella che sto cercando di inaugurare già da qualche tempo, che affonda le sue radici in certi incontri di Venezia2009 (Valentina Carnelutti, Toni Servillo, Michela Cescon), che si è nutrita di nuova linfa a Pesaro2010 (Ksenia Rappoport), e che potrei riassumere efficacemente in questa esortazione rivolta a me stessa "falla-finita-di-vergognarti-e-di-nasconderti-fatti-forza-e-impara-ad-avvicinare-chi-ami".
Insomma, be prepaaared. Forte di quest'iniezione di coraggio anti-timidezza, procedo a compilare quei due fondamentali elenchi in parte già anticipati nel post precedente. Si parte con:

>>Film di e/o con persone alle quali gridare TI AMO (i nomi sottolineati sono quelli dei destinatari delle dichiarazioni d'amore):
Concorso Venezia 67
- Black Swan di Darren Aronofsky con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara
Hershey, Winona Ryder
- Noi Credevamo di Mario Martone, con Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Toni Servillo, Andrea Renzi, Anna Bonaiuto, Francesca Inaudi, Luca Zingaretti (per info, qui)
- La passione di Carlo Mazzacurati, con Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti
- Barney's Version di Richard J. Lewis, con Dustin Hoffman, Paul Giamatti
Fuori Concorso
- I'm Still here di Casey Affleck, con Joaquin Phoenix
- Sorelle Mai di Marco Bellocchio, con Alba Rohrwacher, Donatella Finocchiaro, Piergiorgio Bellocchio
- Notizie dagli scavi di Emidio Greco, con Giuseppe Battiston, Iaia Forte, Ambra Angiolini (all'argomento "Amo spudoratamente Emidio Greco" provvederò a dedicare un post apposito, giacché la faccenda è piuttosto articolata e tocca questioni di cinema, film in costume, teatro, letteratura, attori, innamoramenti incrociati)
- Gorbaciof di Stefano Incerti, con Toni Servillo, Mi Yang, Nello Mascia (mi piace talmente tanto "a scatola chiusa" - per la storia, i personaggi, l'ambientazione e tutto il contorno - che l'ho momentaneamente battezzato come "film preferito prima di vederlo")
- La prima volta a Venezia di Antonello Sarno, con Toni Servillo (doc.)
- A Letter to Elia di Martin Scorsese e Kent Jones (doc.)
- Passione di John Turturro, con Lina Sastri, Massimo Ranieri (doc.)
Orizzonti
- Brilianty (Diamonds) di Rustam Khamdamov, con Renata Litvinova (corto)
Controcampo Italiano
- Come un soffio di Michela Cescon (corto)
- Into Paradiso di Paola Randi, con Gianfelice Imparato, Peppe Servillo
- I baci mai dati di Roberta Torre, con Donatella Finocchiaro, Piera Degli Esposti
Giornate degli autori
- L'amore buio di Antonio Capuano, con Irene De Angelis, Luisa Ranieri, Corso Salani, Fabrizio Gifuni (resterà l'ultimo film interpretato da Corso Salani)

>> Film da vedere in ogni caso (oltre ai precedenti), varie sezioni
- Somewhere di Sofia Coppola, con Stephen Dorff, Elle Fanning
- La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, con Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini, Filippo Timi
- Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart (la presenza di Kim, in realtà, potrebbe far rientrare il film nella categoria precedente), Filippo Timi
- The Tempest di Julie Taymor, con Helen Mirren, Alfred Molina
- Dante Ferretti: Production Designer di Gianfranco Giagni
- La pecora nera di Ascanio Celestini
- Miral di Julian Schnabel

e molto, molto altro. Bisognerebbe elencarli quasi tutti.

17 agosto 2010

i russi sono belli

Presa dall'entusiasmo veneziano - giovedì 29 luglio è stato annunciato il programma della prossima Mostra ed ero quindi pronta a compilare un elenco delle cose da vedere e delle persone da pedinare - avevo quasi dimenticato di aver lasciato in sospeso i post su Pesaro; mi sono limitata, in effetti, a pubblicare due foto della bella Dama Russa, che è bellissima, sì, proprio tanto, ma anche simpatica, sorridente, gentile e soprattutto bravissima.

Ksenia era a Pesaro in veste di giurata - con Enrico Magrelli e Marco Risi - oltre che per accompagnare Yuriev Den di Kirill Serebrennikov, proiettato nell'ambito della rassegna che il Festival ha dedicato al cinema russo contemporaneo, rassegna che si è rivelata entusiasmante e portatrice di numerosi, repentini innamoramenti; la selezione di film russi era particolarmente abbondante e siamo riuscite (io e Elena) a vederne nove (più un corto):

- Mne ne bolno di Aleksey Balabanov - recensito qui (meraviglioso!);
- Boginiya: kak ya polyubila di Renata Litvinova (Renata, nostro principale innamoramento festivaliero: attrice ironica e bella, regista creativa e elegante. In Russia è una megastar, e se lo merita);
- Yuriev Den di Kirill Serebrennikov - recensito qui (ho diverse pagine d'appunti piene di dubbi, giacché il film è sì bellissimissimo ma anche criptico. Se qualcuno l'ha visto/lo vedrà, mandate un gufo. In ogni caso, la domanda è: perché, anche se Ksenia è popolare anche in Italia, noi italiani non possiamo vedere i suoi film russi?);
- Odnazhdy v provintsii di Katya Shagalova (un racconto corale, bello, divertente, appassionante, attori bravi. "Io questo me lo voglio rivedere a rotazione", disse Elena alla fine della proiezione);
- Plennyy di Aleksey Uchitel (l'unico che ho visto da sola, il primo giorno. Bello, c'è poco da fare. Storia interessante, approccio delicato);
- Koktebel di Boris Khlebnikov e Aleksey Popogrebsky (padre e figlio in viaggio verso Koktebel, notevole. "Koktebel" è diventato anche il nome di una società di produzione russa);
- Skazka pro temnotu di Nikolay Khomeriki (originale, con una protagonista un po' depressa però buffa e un corteggiatore ancor più improbabile);
- Kislorod di Ivan Vyrypayev (in Concorso, ma comunque russo... non male, ma troppo pieno di immagini e parole eccessivamente compresse e molto opinabili. Però i capelli rossi di Karolina Gruszka - la lost girl di Lynch, sì sì - sono magnifici);
- Volga-Volga di Andrey Silvestrov e Pavel Labazov (sorta di parodia di un vecchio film russo: assurdità a palate, si ride parecchio).

A fronte di una furiosamente splendida rassegna russa, il concorso è stato meno acceso dello scorso anno (ma l'anno scorso, si sa, c'era Aia): il vincitore scelto dalla giuria è stato anche il nostro preferito, il delicato Eighteen (ma il regista Jang Kun-jae, a cui abbiamo fatto anche i complimenti con l'aiuto della sua interprete, ha spiegato che il titolo originale in coreano significa "tornado").

Tra i film della sezione fuori concorso, vale la pena citare la doppietta berlinese di Cynthia Beatt - Cycling the Frame (1988, pre caduta del Muro) e The Invisible Frame (2009, post caduta) - con Tilda Swinton che pedala in giro per Berlino blaterando riflessioni. I 60 minuti del film del 2009, proiettato per primo, sono stati moderatamente monotoni ma anche provvidenziali per una breve sonnecchiata rigeneratrice. Sonnecchiata che mi ha permesso di godermi con rinnovata attenzione i 27 minuti del primo film, quello dell'88: più breve, più conciso nell'esprimere i concetti, in definitiva più bello.

Insomma, la mia/nostra seconda esperienza pesarese conferma che il Festival del Nuovo Cinema è un posto bellissimo dove si pratica una manciata di meravigliose attività: si studia (tale è stato l'entusiasmo che in pochi giorni ho letto buona parte del volume di saggi sul cinema russo pubblicato per l'occasione e ho iniziato pure a studiare l'alfabeto), ci si innamora (Renata, Katya, ma anche Ksenia, che pure già conoscevamo... ma gli incontri ravvicinati cementano sempre gli amori cinematografici) e si mangia (la nostalgia del pane con olio e pepe degli aperitivi che seguivano gli incontri letterari in cortile ci dilania).
In più, cosa non da poco, a Pesaro è tutto GRATIS: un ipotetico accreditato (io, grazie alla solita Cineforum per la quale seguivo il concorso) può quindi portarsi dietro un "amico pesce" (Elena) senza che l'"amico pesce" sia in alcun modo penalizzato.

18 luglio 2010

to play

- to act the part (of a person or a character) in a dramatic performance
- to perform (a drama, pantomime, etc.) on or as if on the stage
- to exercise or employ oneself in diversione, amusement, or recreation (children playing with toys)
- to amuse oneself; toy
- to take part in a game



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12 luglio 2010

bellissima Ксения

Ксения Раппопорт на фестивале нового кино в Пезаро / Ksenia Rappoport alla 46° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
24 Июнь 2010 / 24 giugno 2010


Mentre scattavo le foto, rapita dai raggi di sole impigliati nei ricci di Ксения , l'Italia perdeva miseramente contro la Slovacchia, strappando imprecazioni ai festivalieri lì riuniti per seguire la partita.


__Since this post had a visitor from Moscow - HI, Russian friend! - I thought it would have been nice to add some informations for non-italian speakers and especially for Russians: so I completed the introduction writing "Ксения Раппопорт на фестивале нового кино в Пезаро" which means "Ksenia Rappoport at Pesaro Nuovo Cinema Film Festival" (I hope it's correct, I've just started learning Russian.)

8 luglio 2010

La Pivellina, bimba bella

La Pivellina sarà proiettato (alla presenza degli autori) giovedì 22 luglio alle 21:30 presso l'Arena Nuovo Sacher di Roma in occasione della consueta rassegna Bimbi Belli dedicata dal signor Moretti alle opere prime italiane.
[link] e [link]

Fanno parte della rassegna anche alcune vecchie conoscenze veneziane: La doppia ora, Cosmonauta e Dieci Inverni.

18 giugno 2010

di teatro, surrogati e articoli inaspettati

Dove è lecito aspettarsi che si parli di teatro e soprattutto di attori teatrali? Sulle riviste di teatro (certo, se solo alla biblioteca del mio paese non si fosse impantanato l'abbonamento a "Hystrio" lasciandomi per mesi ad attendere di poter leggere il testo de Le pulle, pubblicato proprio sul primo numero di "Hystrio" 2010). Sulle riviste di cultura e di arte in generale, o anche sulle riviste di cinema (vero anche questo, infatti sull'ultimo "Duellanti" c'è un bell'articolo su Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche di Filippo Timi, ne parlerò in un altro momento).
Difficilmente però ci si aspetterebbe di trovare riferimenti al teatro sul mensile informativo di una catena di supermercati: eppure, sul giornalino mensile di Coop Adriatica (la Coop, sì sì, "la Coop sei tu" etc. etc.) è stata pubblicata un'intervista di Sergio Ventura a Marco Martinelli, colui che nel 1983 ha fondato il Teatro delle Albe con Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni.

Che ci fa Martinelli sul giornalino della Coop?
Il Teatro delle Albe "propone al grande pubblico (il 7 giugno alla Rocca Brancaleone di Ravenna) Cercatori di tracce, che debutterà a Mazara del Vallo il 4 giugno. Quest'opera sospesa tra classico e attualità, è un'originale riscrittura del dramma satiresco di Sofocle a cui, il 10 e 11 luglio al Teatro rasi (Ravenna), farà seguito Rumore di acque, monologo interpretato da Alessandro Renda sulla tragedia dell'immigrazione consumata tra l'88 e il 2008 nel canale di Sicilia e con le musiche originali eseguite dal vivo dai Fratelli Mancuso"; entrambi gli spettacoli sono "sostenuti da Coop Adriatica e da Ipercoop Sicilia".

Marco Martinelli è stato recentemente anche regista di Rosvita, lettura-concerto creata e interpretata da Ermanna Montanari (sul palco anche Cinzia Dezi, Michela Marangoni e Laura Redaelli).
Si sa fin troppo bene quanto uno spettacolo teatrale vada visto e vissuto dal vivo, ogni surrogato è soltanto fonte di dolore, nervosismo e crampi di stomaco. Ho sperimentato come persino la lettura di un testo teatrale sia terribilmente frustrante se tale lettura non prelude alla visione di una messa in scena del testo stesso (se leggo La locandiera, ma non la vedo e non la ascolto interpretata su un palco, per me Mirandolina rimane viva quanto Bebi Mia con le pile scariche).
Tuttavia, si sa altrettanto bene quanto tale caratteristica di effimericità del teatro sia non solo affascinante ma anche fonte di innumerevoli problemi pratici. In sostanza, se non puoi andare a vedere un determinato spettacolo (e spesso non si può per motivi tragicamente semplici e indipendenti dalla propria volontà, dalla mancanza di denaro all'eccessiva lontananza del luogo di messa in scena), peggio per te.

Per fortuna, Radio3 è dalla parte degli infelici e, tra "teatri in prova" e "teatri in diretta" e serate speciali di approfondimento dedicate alle compagnie teatrali, permette di colmare molte lacune. Rosvita, in particolare, è andato in onda in versione radiofonica lo scorso autunno e pubblicato in seguito come podcast sul sito Rai; dal momento che tali podcast, dopo un po', scadono come gli yogurt, un gruppo di meravigliose persone pensa a raccoglierli, conservarli e renderli fruibili per l'eternità attraverso questo forum.
Il forum di radio3 purtroppo è stato lasciato a marcire sulla vecchia piattaforma, il che significa che non è più possibile iscriversi; la nuova piattaforma Rai è una cosa tutta nera e poco accessibile (nel vero senso della parola, tanto che fu fatta una petizione) nella quale non mi sono ancora avventurata.
Il vecchio forum resta comunque una miniera d'oro e mi ha permesso di recuperare un mucchio di cose, tra cui, appunto, il podcast di Rosvita (questo la discussione dedicata al teatro http://www2.forum.rai.it/index.php?showtopic=253446&f=174 e questi i link diretti ai file http://www.mediafire.com/?sharekey=68ba2502bd484a48ab1eab3e9fa335caa7142984cf9823ad)

Rosvita è una lettura crudelissima (e perciò anche ironica) dei crudelissimi testi di Rosvita di Gandersheim, è uno spettacolo fatto completamente dalla voce di Ermanna Montanari e quindi, forse, la versione alla radio riesce a rendergli abbastanza giustizia.
Tre racconti morali di crudeltà, prevaricazioni e mostruosità sanguinarie letti come se ci trovassimo nella valle del cerbiatto Frumbolo. Da ascoltare.

31 maggio 2010

gioventù (napoletana) bella&brava

L'osservatorio sulla gioventù che calca i palcoscenici o si affolla davanti alle macchine da presa (precedenti puntate qui, qui e qui) prosegue con l'aiuto del solito "D - La Repubblica delle donne".
"Sono attori, giovani e napoletani. [...] Sono i protagonisti del Teatro Festival Italia", così viene introdotto l'articolo - firmato da Irene Alison - che tratta appunto del Festival del teatro di Napoli.

Con tali premesse, speravo si parlasse di qualcuno dei giovinetti che hanno contribuito a cambiarmi la vita quasi sette mesi fa: c'è Chiara Baffi, infatti, presente con un trafiletto che sintetizza gli sviluppi della sua carriera, una breve dichiarazione e una bella fotografia (scattata da Michela Palermo).
Chiara nella Trilogia della villeggiatura era Brigida, la cameriera della protagonista Giacinta, ed è stata anche la protagonista di Chiove: "con quello spettacolo ho girato l'Europa. Recitavo in napoletano, ma mi capivano tutti: è bellissimo scoprire l'universalità di questa città".

"D" mi presenta poi Marco Mario De Notaris, 34 anni, che "sarà presto un nobile del Risorgimeto in Noi credevamo, film di Mario Martone atteso a Venezia". Bene, prendo nota.

Non presenti nell'articolo ma in possesso dei requisiti di giovinezza e di provenienza campana, sono due dei compagni palcoscenico di Chiara nella Trilogia, Giulia Pica (Rosina) e Marco D'amore (Tognino): molto-molto bravi, tra i miei trilogisti preferiti.
Trilogisti che meritano un post più approfondito e tutto per loro. Coming soon.

28 maggio 2010

gioventù di buon gusto

Dopo la gioventù giustamente castigata e la gioventù disgraziata, ecco la gioventù di buon gusto.
L'11 giugno esce finalmente in Italia Bright Star di Jane Campion, con Ben Whishaw nei panni di John Keats e Abbie Cornish in quelli dell'amata Fanny Brawne.

Sul Venerdì di Repubblica di oggi c'è un'intervista a Abbie: la giovine australiana mi è piaciuta in Candy e mi ha decisamente disgustata in The Golden Age (film che fece scendere rovinosamente anche la stima piuttosto alta che avevo per Clive Owen... e non parlo della qualità del film, che alla fin fine era passabile e moderatamente divertente, parlo proprio di interpretazioni).

L'intervistatrice Arianna Finos apre l'articolo sottolineando come miss Cornish sia stata spesso paragonata a Nicole Kidman. Abbie risponde "È un bel paragone. Ma non è un mio modello. Fra le australiane come me preferisco Cate Blanchett."

Non sarà una cima, la piccola Abbie, ma - per citare le lodi rivolte da Phineas Nigellus a Albus Dumbledore - non si può negare che abbia gusto.

24 maggio 2010

Noi credevamo (che il libro fosse introvabile)

Once upon a time, Mario Martone decise di trarre un film dal romanzo Noi credevamo di Anna Banti, ambientato negli anni del Risorgimento italiano.
Cast: Luigi Lo Cascio, Anna Bonaiuto, Francesca Inaudi, Luca Zingaretti, Luca Barbareschi, Ivan Franek. E Toni Servillo nei panni di Giuseppe Mazzini.
I mezzi di informazione informano (sommariamente... non è che se ne sia parlato a dismisura, e ciò è male) della cosa, senza però entrare troppo nei dettagli in merito all'origine letteraria del film.
Comingsoon addirittura indica imprecisamente Anna Banti (deceduta) come sceneggiatrice in trio con Martone e Giancarlo De Cataldo.
Il mio solito spirito da scolara giudiziosa mi spinge a cercare il libro per leggerlo, ma senza successo.
Perché? Perché Noi credevamo non viene più pubblicato dal 1967, come spiegato su questo blog (non molto aggiornato, a dire il vero) dedicato ad Anna Banti i cui curatori si offrivano persino di spedire i libri della scrittrice in prestito gratuito a chiunque fosse interessato.
Scoraggiata e impressionata dai toni cupi che descrivono l'oblio a cui è stata condannata la Banti, rimando il reperimento del libro a tempi migliori, prendendo effettivamente in considerazione la possibilità di richiederlo per posta a quella fondazione; qualche settimana fa, però, mi spunta in testa l'idea più semplice: chiedere il romanzo in biblioteca.
E la biblioteca ha risposto: eccolo!
Non ho ancora finito di leggerlo (anche a causa di Zoë), tuttavia lo trovo già molto bello, scritto con eleganza. È veramente un peccato che quasi nessuno - me compresa, prima che Martone me lo dicesse - conosca il lavoro di Anna Banti.
Però non bisogna pensare che:
fuori catalogo = perduto nell'oblio del Monte Fato
no, esistono le biblioteche.

21 maggio 2010

beatiful Zoë

L'ho imparato a mie spese lo scorso autunno: nelle librerie della zona in cui vivo i libri in lingua straniera sono come gli ombrelloni, a settembre spariscono.

Ma, come le rondini, tornano ad ogni inizio d'estate, e così la scorsa settimana entrando nella mia libreria preferita mi sono trovata di fronte allo scaffale cartonato dei Penguin.

Scorro rapidamente i titoli e trovo The Believers di Zoë Heller, lo prendo e vado alla cassa felice come Pucca.

Quando nei primi mesi del 2007 andai al cinema a vedere Notes on a scandal, il motivo principale che mi spinse in sala era Cate Blanchett. Ero vagamente informata dell'origine letteraria del film ma non avevo letto il romanzo in questione nè avevo mai senstito parlare della scrittrice. Il film mi piacque parecchio, da subito, quella gente sullo schermo (Cate-Judi-Bill) era talmente brava da risultare eccellente perfino doppiata. Un centinaio di visioni in lingua originale dopo, era diventato senza ombra di dubbio uno dei miei film preferiti.

L'anno seguente, reduce dalla (bellissima) visione di Tutta la vita davanti all'interno di un multiplex incastrato in un centro commerciale, entrai in una libreria. Anzi, entrammo. Io e Elena.
Non è una bella libreria, quella. Direi anzi che è una libreria finta, dove si fa quasi fatica a trovare un romanzo, tra calendari, libri di ricette (io non ho niente contro i libri di ricette, anzi... MA...), barzellette di Totti (non ho niente nemmeno contro Totti... MA...) e cose del genere.
Tuttavia, quella libreria ha un carinissimo micro-reparto di libri in lingua straniera dove quella volta trovammo per caso Notes on a scandal di Zoë Heller. Whoah. Costava poco, lo prendemmo senza pensarci troppo: un libro magnifico, page-turner, direbbero gli inglesi. Raramente ho provato tanta empatia e amore e interesse reale per dei personaggi che, a conti fatti, hanno apparentemente poco o nulla in comune con me.

Innamorata profondamente di Zoë Heller da allora, mi sono buttata ora su The Believers con entusiasmo incontenibile, tanto da sospendere la lettura di Noi Credevamo di Anna Banti, che presto dovrebbe tornare in biblioteca (ma questa è un'altra storia).

The Believers. Il fatto che sia scritto in terza persona e che parli di parecchi personaggi, dei quali almeno 5 o 6 definibili principali, lo rende meno forte di Notes on a scandal e di impatto meno immediato: mi ci sono volute un centinaio di pagine introduttive prima di entrare completamente nel racconto - che è anche, a tratti, più convenziale nello svolgimento rispetto a NOAS - e trovare i gustosi, affettuosamente cattivi affondi di Zoë nelle menti dei suoi protagonisti.
Come in Notes on a scandal, però, l'aspetto più interessante è quello dei punti di vista. Là avevamo Barbara che pretendeva di parlare (anche) per conto di Sheba, qui abbiamo una famiglia (più amici, mariti e parenti vari): Audrey (madre), Joel (padre), Karla e Rosa (figlie), Lenny (figlio).
I punti di vista di Audrey, Karla e Rosa si alternano: sono loro che tengono le redini della storia, sono solo loro che arriviamo a conoscere davvero. Gli altri personaggi restano in sostanza dei misteri, sui quali possiamo limitarci a fare delle supposizioni.

Tireranno fuori un film da The Believers.
Sembra che per Audrey abbiano fatto il nome di Bette Midler e che Zoë abbia storto il naso perché Audrey deve essere inglese. Credo che abbia ragione.
La mia Audrey è questa:
http://www.hotflick.net/flicks/2007_I_m_Not_There/Thumb/007INT_Kim_Gordon_001.jpg
avevo in mente questo volto mentre leggevo, fin dalle primissime righe, e non riuscivo a ricordare chi fosse. Poi mi è venuto in mente: I'm not There!
È americana e non è nemmeno un'attrice, ma per me è lei.
Joel è Clint. Ultrasettantenne americano bello con origine est-europea. Conoscete qualcun'altro che possa essere credibile?
Rosa è Laura Linney. Una Laura Linney appena più giovane, diciamo, giacché Rosa ha trent'anni.
Karla - influenzata da Notes on a Scandal - l'ho immaginata con la faccia di Joanna Scanlan (in NOAS era Sue): http://www.bbc.co.uk/bbcfour/thickofit/images/thick5_gal.jpg
Lenny direi qualcosa del genere: http://imstars.aufeminin.com/stars/fan/josh-holloway/josh-holloway-20050616-47454.jpg

edit: un casting più realistico potrebbe vedere Kate Winslet come Rosa. Con l'età ci siamo.

5 maggio 2010

Il bambino che sognava l'infinito

More about Il bambino che sognava l'infinito È bello il reparto bambini della biblioteca di mattina.

È bello perché non ci sono i ragazzi maleducati e rumorosi che ci si rintanano di pomeriggio per fare in gruppo i compiti di matematica o per ripetere la lezione di chimica ad alta voce, e ti impediscono di concentrarti su quella filastrocca di Sylvia Plath in inglese che stai cercando di leggere da almeno un quarto d'ora e ti guardano come un animale raro se ti aggiri tra gli scaffali ad altezza puffo.

È bello perché se una mattina hai una mezz'ora libera ci entri, prendi un libro abbastanza corto e lo leggi tutto.

18 aprile 2010

gioventù disgraziata

"D - La Repubblica delle donne" apre nuovamente squarci interessanti sul mondo degli attori d'oltreoceano. Sul numero uscito in edicola ieri 17 aprile compare un'intervista a Amanda Seyfried, cioè la fanciulletta che interpretava la figlia di Meryl Streep in Mamma Mia!.

L'intervistatore Simone Porrovecchio spiega che "A 23 anni la bellissima Amanda Seyfried, lanciata dal musical Mamma Mia! blablabla, è tra le attrici più richieste a Hollywood. Blablabla blabla, ora è molto attesa la sua prova in Dear John di Lasse Hallström, tratto dal romanzo di Nicholas Sparks".

Porrovecchio chiede alla fanciulla: "Dear John è il sesto adattamento del romanzo. Ma lei il libro l'ha letto?"
Miss Amanda risponde: "I libri preferisco leggerli quando le riprese del film sono finite."

Porrovecchio continua: "Ma l'Actor's Studio 'ordina' di leggerli dieci volte, i libri, prima di girare."
Amandina conclude: "Questo hanno imparato a farlo Meryl Streep o Robert De Niro, mostri sacri impareggiabili: ma sono passati 40 anni da quando hanno iniziato. Credo che in un romanzo ci siano troppe informazione non necessarie per un attore che deve costruire il suo personaggio per lo schermo. Io voglio essere più sciolta."

Ora, premesso che non ritengo strettamente necessario che un attore legga il romanzo da cui è tratto il film che sta girando, e premesso che non sono una fanatica dei metodi Actor's Studio:

Amanda! Tu non sai mica recitare. Tu starnazzi e fai le smorfie. Non mi pare proprio il caso di dichiarare sorpassati i metodi di lavoro di Meryl Streep.

11 marzo 2010

Shutter Island, boh

Visto Shutter Island domenica.
Tre giorni di riflessione e il provvidenziale aiuto della recensione di Paolo D'Agostini pubblicata su "la Repubblica" (che fa un discorso sensato sul romanzo) hanno prodotto quest'articolo:
http://www.loudvision.it/rubriche-shutter-island-dalle-pagine-al-grande-schermo--696.html
Di più, al momento, non riesco a dire.
Il film era effettivamente come me lo aspettavo, ma anche bello, molto bello.

Diversi dettagli già presenti nel romanzo mi si sono rivelati con molta più chiarezza sullo schermo, ad esempio il senso di colpa di Teddy verso i figli mescolato al senso di colpa che prova per le vittime dell'Olocausto e della guerra in generale... insomma, quell'"Avresti dovuto salvarci!" si allarga al mondo intero. Teddy sente il peso e la responsabilità della violenza cosmica.
Il che vuol dire che il mio cervello funziona meglio davanti ad un film piuttosto che davanti ad un libro. Non è una sorpresa.

Fatico a trovare la strada, però. Il senso del film. Il punto di vista di Scorsese. Forse sta proprio lì, nella colpa, nei dubbi morali, nel capire come morale, psiche e carne interagiscano, nella scelta di punirsi per ciò che si è o non si è fatto.
Forse.

2 marzo 2010

8 - 4 - 6 - 8 - 4

8 - 4 - 6 - 8 - 4
Sono i voti che i critici di FilmTv hanno dato (finora) a Shutter Island, pubblicati come al solito nella pagellina dei "4oo colpi".

4. Martinomio ha preso 4.
QUATTRO.

QUATTRO.

1 marzo 2010

Shutter Island e le preoccupazioni (con spoiler sul romanzo di Lehane)

Shutter Island mi preoccupa. Tanto.
Scorsese è diventato il mio primo regista preferito da quando ho visto L'età dell'innocenza in televisione: avevo, credo, nove anni.
Nel 2003 mi ha tradito. Gangs of New York non era forte abbastanza, o almeno non lo era per tutta la sua durata, e la conclusione era troppo normale. Ho rivisto il film solo dopo qualche anno, decidendomi finalmente a comprare il dvd. L'ho amato di più, molto di più, ma la fine resta brutta.
1 a 0 per me. La rabbia conseguente al tradimento mi ha fatto inizialmente evitare The Aviator, nonostante la presenza di Cate. Errore vergognoso. Quando infine l'ho visto, l'ho adorato così furiosamente da desiderare di mangiarlo. E siamo 1 a 1.
Nel frattempo esce The Departed, lo amo da subito.

E arriviamo così a Shutter Island. Inizialmente non ne so nulla, solo che è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, e mi sembra cosa buona, giacché Clint dalle pagine di Lehane ha tirato fuori quella cosa enorme che è Mystic River.
Esce il primo trailer, lo vedo e mi squaglio d'amore come Amélie Poulain. Martin e l'horror (dal trailer sembra trattarsi di horror/thriller soprannaturale). Quasi un sogno che si avvera.
Decido di leggere il romanzo di Lehane.
Già alle prime pagine mi viene voglia di citare un personaggio di Sogni d'oro: "banalità, luoghi comuni, che schifo". Poliziotto traumatizzato dal passato oscuro che fa battutine argute col compagno di lavoro meno brillante ma buono e affezionato. Dio mio. Lo ribattezzo libbr' 'e mmerd, o alternativamente crappy book, dal momento che lo sto leggendo in inglese. Stringo i denti, però, e vado avanti.

Quando inizia a chiarirsi la faccenda degli anagrammi comincio ad arrabbiarmi davvero: metà del mistero di questo "dark, disturbing" "spooky thriller" è basato su giochini d'intelligenza degni delle pagine dell'Enigmistica delle Giovani Marmotte?
L'ultima parte è quasi insopportabile. Tutti progressivamente assumono l'atteggiamento da "io-so-e-tu-no" (sul tipo della vecchia di The Others, per capirci).
Infine, la fine. Ok, il colpo di scena funziona. E permette anche di perdonare - in parte - le cazzatelle disseminate per il racconto: Lehane a quanto pare ci ha raccontato la messa in scena di un'allucinazione. Un'allucinazione basata su meccanismi banali, siamo d'accordo. Ma chi dice che le allucinazioni debbano essere originali?

La scrittura di Lehane ad ogni modo continua ad apparirmi sciatta e scarsa. Martin invece dice che è un "libro bellissimo".
Devo comunque ammettere che gli spunti cinematografici abbondano: l'ambientazione storica (siamo appena dopo la seconda guerra mondiale, Teddy è rimasto traumatizzato pesantemente dai campi di concentramento), la psichiatria, la linea di ambiguità totale su cui il racconto si sviluppa, che richiede un lavoro mostruoso al regista e a tutti gli attori. E un lavoro (quasi) impossibile a DiCaprio.
Bene, mi sento quasi rassicurata.

Avete visto Il caimano? Avete presente le scene in cui il "caimano" è interpretato da Elio De Capitani? Ecco, quella è la realizzazione - semplice e un po' banale - della sceneggiatura di Teresa così come Bruno Bonomo la immagina leggendola. Perché quando leggiamo qualcosa, noi immaginiamo.
Io leggendo Shutter Island ho immaginato. Ho immaginato DiCaprio fare le facce da DiCaprio-che-soffre. Ho immaginato Scorsese girare le scene drammatiche alla sua maniera bella e infuocata. Ho immaginato come Bonomo, in maniera semplicistica, ovvia.
Decido di guardare di nuovo il trailer. E quelle immagini che a primo impatto mi erano sembrate così affascinanti, ora mi fanno orrore. C'è tutto quello che ho immaginato io, io che capisco poco e niente. Scorsese non può aver fatto un film come io l'ho immaginato. Eppure c'è DiCaprio con la faccia contrita e sofferente, c'è il manicomio inquadrato in modo che faccia paura, ci sono le guardie con le facce truci e i pazienti misteriosi, c'è una fotografia dalla luce livida e inquietante. E c'è quell'immagine orribile e pacchiana di Michelle Williams in versione "sposa cadavere" che si disfa. Ecco, se anche il film fosse magnifico, basterebbe quell'immagine a renderlo una cacca di cattivo gusto. I trailer sono ingannevoli, lo so, ma mi preoccupo ugualmente.
Tra l'altro, a Venezia ho già subito una bruttissima delusione con Lo spazio bianco di Francesca Comencini. Io amavo Francesca. La amavo da Le parole di mio padre, visto quand'ero ragazzina: quel film era bellissimo. Non potrei sopportare un altro dolore cinematografico.

Con Scorsese siamo 1 a 1, dicevo poco sopra. Non posso togliergli di nuovo la fiducia.
Io mi fido. Io voglio che mi stupisca. Voglio cambiare idea, voglio essere smentita. Voglio che Shutter Island non sia come io l'ho immaginato e come io me l'aspetto. Voglio che tutte queste preoccupazioni si rivelino infondate.

Per questo ho scritto tutto qui. Voglio fare come Furio in Bianco rosso e verdone, con le buste che prevedevano le tappe del viaggio. Con la differenza che Furio voleva dimostrare di aver ragione. Io vorrei tanto avere torto.

30 gennaio 2010

soddisfazioni da Broadway

Dalla rubrica "New York 5:30 a.m." di Federico Rampini pubblicata su "D - La Repubblica delle Donne" di oggi sabato 30 gennaio 2010 col titolo Uno sguardo da Broadway:

Com'è piccola Scarlett Johansson. In tutti i sensi. Davvero minuscola di statura, scompare vicino agli altri attori sul palcoscenico di Broadway, dove in questi giorni recita nel dramma A View from the Bridge (Uno sguardo dal ponte) di Arthur Miller. E non è solo per una questione di centimetri che l'attrice rivela una scarsa presenza di scena. Il teatro è crudele. [...] La sua recitazione è diligente ma appena sufficiente. Colpa anche del casting sbagliato. Pur di sfruttare l'appeal delle celebrità del cinema, i produttori di Broadway fanno scelte discutibili (anchorché redditizie: ogni sera il teatro fa il tutto esaurito). Come 17enne figlia di immigrati italiani, la bionda e nordica Johansson non ha davvero il physique du rôle. Curioso anche l'aver scelto Liev Schreiber, un suo coetaneo, per interpretare la parte dello zio maturo che s'innamora morbosamente di lei. Però Schreiber la schiaccia e stravince negli applausometri a Broadway, meritatamente. Certo anche lui è stato selezionato con un occhio al botteghino [...]. Ma nel personaggio del portuale Eddie Carbone lui si cala alla perfezione, giganteggia. Schreiber è nato a San Francisco da genitori polacchi, ciononostante come italo-americano è magnifico. Rozzo, possessivo e brutale nei sentimenti, odioso e terribilmente umano, condannato a distruggere tutti gli affetti che lo circondano.

Grazie per le parole di saggezza, signor Rampini. Mi hanno migliorato la giornata.
Solo un appunto: Scarlett e Liev non sono coetanei. Lei è nata nel 1984, lui nel 1967.

13 gennaio 2010

la pivellina perduta e la trilogia ritrovata

A quanto pare La Pivellina s'è nuovamente persa per strada: cinemaitaliano.info colloca la sua uscita in un generico "febbraio 2010" e precisa che il film "merita di essere visto" ma "non avrà vita facile nelle sale. Tornerà al Cinema Aquila di Roma in aprile".
Le news sul sito del film informano intanto sulla gran quantità di premi vinti qua e là, e della prossima trasferta berlinese.

La Pivellina è un film miracoloso, è sorprendentemente vero e diretto. Non capita spesso di veder rappresentata una bambina sullo schermo con tanta sincerità. E qui sta il punto: Aia è una bambina piccola, Aia non sa recitare. Però, davanti a quella macchina da presa, lei recita, lei diventa attrice, perché Tizza&Rainer hanno saputo raccogliere tanti piccoli frammenti - reali - di azioni, espressioni, gesti e li hanno ricomposti in un racconto cinematografico non casuale, ma netto e rigoroso.

Buone notizie, invece, sul documentario dedicato alla Trilogia della Villeggiatura di cui si parlava nel post precedente.
Il regista Max Pacifico conferma infatti (di persona personalmente, grazie iutubbai) che è da poco iniziato il montaggio del materiale raccolto a partire dalla tappa tedesca dell'ottobre 2008 fino a quella spagnola di poche settimane fa.

Quello che manca, ora, è una versione video della Trilogia, come quella di Sabato, domenica e lunedì (che tra l'altro ho visto!). Il pensiero di non poter più vedere la Trilogia, nemmeno in una versione videosurrogata, è orribile.