1 marzo 2010

Shutter Island e le preoccupazioni (con spoiler sul romanzo di Lehane)

Shutter Island mi preoccupa. Tanto.
Scorsese è diventato il mio primo regista preferito da quando ho visto L'età dell'innocenza in televisione: avevo, credo, nove anni.
Nel 2003 mi ha tradito. Gangs of New York non era forte abbastanza, o almeno non lo era per tutta la sua durata, e la conclusione era troppo normale. Ho rivisto il film solo dopo qualche anno, decidendomi finalmente a comprare il dvd. L'ho amato di più, molto di più, ma la fine resta brutta.
1 a 0 per me. La rabbia conseguente al tradimento mi ha fatto inizialmente evitare The Aviator, nonostante la presenza di Cate. Errore vergognoso. Quando infine l'ho visto, l'ho adorato così furiosamente da desiderare di mangiarlo. E siamo 1 a 1.
Nel frattempo esce The Departed, lo amo da subito.

E arriviamo così a Shutter Island. Inizialmente non ne so nulla, solo che è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, e mi sembra cosa buona, giacché Clint dalle pagine di Lehane ha tirato fuori quella cosa enorme che è Mystic River.
Esce il primo trailer, lo vedo e mi squaglio d'amore come Amélie Poulain. Martin e l'horror (dal trailer sembra trattarsi di horror/thriller soprannaturale). Quasi un sogno che si avvera.
Decido di leggere il romanzo di Lehane.
Già alle prime pagine mi viene voglia di citare un personaggio di Sogni d'oro: "banalità, luoghi comuni, che schifo". Poliziotto traumatizzato dal passato oscuro che fa battutine argute col compagno di lavoro meno brillante ma buono e affezionato. Dio mio. Lo ribattezzo libbr' 'e mmerd, o alternativamente crappy book, dal momento che lo sto leggendo in inglese. Stringo i denti, però, e vado avanti.

Quando inizia a chiarirsi la faccenda degli anagrammi comincio ad arrabbiarmi davvero: metà del mistero di questo "dark, disturbing" "spooky thriller" è basato su giochini d'intelligenza degni delle pagine dell'Enigmistica delle Giovani Marmotte?
L'ultima parte è quasi insopportabile. Tutti progressivamente assumono l'atteggiamento da "io-so-e-tu-no" (sul tipo della vecchia di The Others, per capirci).
Infine, la fine. Ok, il colpo di scena funziona. E permette anche di perdonare - in parte - le cazzatelle disseminate per il racconto: Lehane a quanto pare ci ha raccontato la messa in scena di un'allucinazione. Un'allucinazione basata su meccanismi banali, siamo d'accordo. Ma chi dice che le allucinazioni debbano essere originali?

La scrittura di Lehane ad ogni modo continua ad apparirmi sciatta e scarsa. Martin invece dice che è un "libro bellissimo".
Devo comunque ammettere che gli spunti cinematografici abbondano: l'ambientazione storica (siamo appena dopo la seconda guerra mondiale, Teddy è rimasto traumatizzato pesantemente dai campi di concentramento), la psichiatria, la linea di ambiguità totale su cui il racconto si sviluppa, che richiede un lavoro mostruoso al regista e a tutti gli attori. E un lavoro (quasi) impossibile a DiCaprio.
Bene, mi sento quasi rassicurata.

Avete visto Il caimano? Avete presente le scene in cui il "caimano" è interpretato da Elio De Capitani? Ecco, quella è la realizzazione - semplice e un po' banale - della sceneggiatura di Teresa così come Bruno Bonomo la immagina leggendola. Perché quando leggiamo qualcosa, noi immaginiamo.
Io leggendo Shutter Island ho immaginato. Ho immaginato DiCaprio fare le facce da DiCaprio-che-soffre. Ho immaginato Scorsese girare le scene drammatiche alla sua maniera bella e infuocata. Ho immaginato come Bonomo, in maniera semplicistica, ovvia.
Decido di guardare di nuovo il trailer. E quelle immagini che a primo impatto mi erano sembrate così affascinanti, ora mi fanno orrore. C'è tutto quello che ho immaginato io, io che capisco poco e niente. Scorsese non può aver fatto un film come io l'ho immaginato. Eppure c'è DiCaprio con la faccia contrita e sofferente, c'è il manicomio inquadrato in modo che faccia paura, ci sono le guardie con le facce truci e i pazienti misteriosi, c'è una fotografia dalla luce livida e inquietante. E c'è quell'immagine orribile e pacchiana di Michelle Williams in versione "sposa cadavere" che si disfa. Ecco, se anche il film fosse magnifico, basterebbe quell'immagine a renderlo una cacca di cattivo gusto. I trailer sono ingannevoli, lo so, ma mi preoccupo ugualmente.
Tra l'altro, a Venezia ho già subito una bruttissima delusione con Lo spazio bianco di Francesca Comencini. Io amavo Francesca. La amavo da Le parole di mio padre, visto quand'ero ragazzina: quel film era bellissimo. Non potrei sopportare un altro dolore cinematografico.

Con Scorsese siamo 1 a 1, dicevo poco sopra. Non posso togliergli di nuovo la fiducia.
Io mi fido. Io voglio che mi stupisca. Voglio cambiare idea, voglio essere smentita. Voglio che Shutter Island non sia come io l'ho immaginato e come io me l'aspetto. Voglio che tutte queste preoccupazioni si rivelino infondate.

Per questo ho scritto tutto qui. Voglio fare come Furio in Bianco rosso e verdone, con le buste che prevedevano le tappe del viaggio. Con la differenza che Furio voleva dimostrare di aver ragione. Io vorrei tanto avere torto.

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