15 dicembre 2010

Noi credevamo (un'altra volta), amore

«Li lasciai all'angolo di Rue St. Honorè e non li ho visti più. Avevo una gran fretta di liberarmi della mia bomba, perché volevo tornare indietro sulla via St. Honoré. Ma poi ho pensato che i boulevards erano molto più belli, e ci sono andato. Ho visto tanti soldati a cavallo e una luce biancastra. Più avanzavo, più la luce aumentava. Non sapevo cosa volesse dire. Poi ho camminato fino in fondo alla via e ho visto l'illuminazione del teatro. Andando avanti la folla diventava sempre più grande e io la seguivo. Poi sono arrivato in fondo all'incrocio con Rue Rossini e lì sono stato fermato dal signor Hébert che mi conosceva... C'est tout.»

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«Io non ho certezza positiva alcuna, quando mi valgo del verbo credere esprimo una speranza e non già una cognizione».

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«Quand'anche le vostre speranze fossero state deluse non sette volte, ma settanta volte sette, non rinnegate mai la speranza... Quando un tentativo s'è fatto e non è riuscito, bisogna guardarsi attorno, e guardarsi dentro, e riflettere attentamente, e scoprire, e confessarsi gli errori commessi, e veder d'onde vengono, e cercar le vie che potrebbero ripararli, poi ricominciare da capo, e una terza volta, e una quarta, e finché si riesca. La nostra è guerra, guerra mortale: guerra che si combatte secretamente da anni, da secoli, e volete vincere alla prima battaglia...»


Breve selezione di pezzi di sceneggiatura: trascritti così non hanno una briciola della bellezza che acquistano quando vengono recitati.
Mario Martone lo spiega molto meglio di me, perciò da qui in poi taccio - anche se vorrei scrivere per un anno intero - e lascio spazio a lui. Era solo necessario puntualizzare questa dichiarazione d'amore assoluto:
Noi credevamo è un film bellissimo. E alla prima visione non lo avevo compreso del tutto.



«Miei grandissimi alleati, sempre, sono stati gli attori. I quali hanno sentito questo film come un film d'azione, inteso come "azione drammatica". L'incontro-scontro tra la lingua e i materiali veniva subito percepito dagli attori come una sfida sul piano della recitazione. A film concluso, per me è stata una grande soddisfazione vedere, nelle scene di dialoghi in cui ho creduto, come questi attori siano stati capaci di renderli vivi.
Faccio un esempio: la deposizione del secondo componente della banda Orsini, Giuseppe Andrea Pieri (di cui s'impossessa il personaggio di Angelo) al processo per la strage di Parigi. Ero convinto che Valerio Binasco sarebbe riuscito a fare della deposizione un momento centrale dell'episodio. Ma chiunque leggeva quella parte della sceneggiatura si chiedeva: "Sarà veramente necessaria questa deposizione?" Lo sarebbe stata nel momento in cui l'attore l'avrebbe resa tale.»

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