29 dicembre 2011

Noi credevamo, versione integrale e colonna sonora

Visto che numerose persone sperdute continuano ad arrivare su questo blog cercando informazioni sulla colonna sonora di Noi credevamo è giunto il momento di scrivere anche qui la buona notizia: il cd della colonna sonora è stato pubblicato, in una versione tutto sommato completa, a meno di non voler fare gli stra-pignoli (e viste le sofferenze patite con questo film non è proprio il caso di comportarsi da schizzinosi).

Il cd è compreso nel cofanetto (bluray o dvd) che ha finalmente portato tra le mani degli spettatori la versione integrale del film, quella di 3 ore e 20 minuti che fu proiettata a Venezia e poi ingoiata nel nulla.

Tra gli extra c'è una bellissima scena tagliata di Mazzini che suona la chitarra in attesa di Salvatore (Mario, l'hai eliminata perché era troppo bella e hai pensato che *certe fan* avrebbero potuto sentirsi male? La prossima volta non ti preoccupare, *certe fan* amano svenire) e un meraviglioso cortometraggio ispirato alla "Meditazione" di Hayez che, spiega Martone, «nasce dall'idea di inserire nel film un sogno ricorrente di Giuseppe Mazzini, quello di tre misteriose figure femminili che, come si legge dai suoi scritti, gli apparivano in sogno e lo rendevano inquieto. [...] Nel montaggio però la scena non ha più trovato spazio».
Mario, tu non puoi preparare una torta buonissima, farmici ingozzare per un anno e poi dirmi "sai, avevo pensato di metterci anche un quintale di crema al cioccolato ma poi la farcitura non ha più trovato spazio, però se vuoi te la faccio mangiare a parte. Ti piace?" È una cosa sadica, ti rendi conto?

14 dicembre 2011

Blackbird

Nel 2007 Cate Blanchett lavorò come regista a una messa in scena di Blackbird di David Harrower prodotta dalla Sydney Theatre Company, la compagnia teatrale che lei stessa dirige da qualche anno insieme al drammaturgo e marito Andrew Upton (e che, ahimé, le succhia tutte le energie e non le permette più di fare film interessanti). Lo spettacolo ebbe una micro-tournée europea che lo condusse in Germania e lì una ragazza che allora conoscevo virtualmente grazie a un forum dedicato a Cate lo vide e lo raccontò a noi altre fan estasiate.

La scorsa primavera Blackbird viene portato a teatro anche in Italia da una produzione del Piccolo di Milano. Protagonista, Anna Della Rosa. Anna è stata l'interprete principale della Trilogia della villeggiatura e soprattutto è una delle persone bellissime citate in questo post.

La tappa al Teatro India di Roma mi ha consentito di vedere Blackbird qualche giorno fa. Nel 2009, dopo aver visto la Trilogia per la prima volta, scrivevo che quello spettacolo mi aveva cambiato la vita. Due anni dopo, anche grazie all'esperienza di Blackbird e di Torino, mi rendo conto che me l'ha cambiata in modi che non avrei mai immaginato, perché mi ha portato non solo emozioni teatrali e pensieri nuovi, mi ha portato delle persone. Persone che erano con me al Teatro India (sul palco e in platea). Persone che mi hanno aiutata ad esserci. Persone che non c'erano e che spero di rivedere presto. Persone che hanno visto il documentario sulla Trilogia con una gioia vicina alla mia e persone che aspettano con ansia di vederlo. Persone con le quali condivido piccoli ricordi.

Torniamo però a parlare di Blackbird in termini artistici. È uno spettacolo commovente, semplicemente si piange. Avevo letto il testo di Harrower prima di andare a teatro e vedere delle parole che hai conosciuto su una pagina prendere carne davanti a te è sempre una delle emozioni più belle e più ricche e più imprevedibili che si possano provare.

Le piccole dimensioni della Sala A dell'India e l'assenza di distanza tra spettatori e attori hanno reso il tutto ancora più violento, tenero e coinvolgente. Uno spettacolo profondamente umano.
«And I would've recognised you anywhere.
With my back to you.
I saw your eyes before I even said my name.
I saw you.»
- Una
da piccoloteatro.org

7 dicembre 2011

appunti torinesi


- ho visto otto film in tre giorni, quasi tutti molto belli
- ho incrociato Mario Martone vicino al teatro ma mi è mancato il coraggio di gridargli "Ti amo!"
- riteniamo (io e Elena) di aver visto Emidio Greco a passeggio (o un suo sosia)
- ho perso l'accredito l'ultimo giorno (mi sono salvata pagando un pass giornaliero per riuscire a vedere comunque i film che avevo scelto – tra l'altro sabato c'era non solo Twixt ma anche l'ultima replica del film di Sylvain George, quindi restare fuori dai cinema era proprio fuori discussione)
- spero che il mio accredito sia stato trovato da qualcuno e che questo qualcuno l'abbia usato (tanto alla fotografia sulla tessera quasi non facevano caso)
- ho comprato solo il libro su Robert Altman, e unicamente perché con l'accredito mi era stato dato uno sconto di 13 euro (sto diventando uno spirito ascetico e non-consumista)
- sono arrivata talmente in anticipo alla proiezione di 394 - Trilogia nel mondo per la paura (ingiustificata) di rimanere fuori che persino il ragazzo addetto agli ingressi mi ha domandato cosa diamine ci facessi lì così presto
- preferisco decisamente i festival dove l'accredito è un pezzetto di carta che serve semplicemente per entrare a vedere i film (come a Torino, appunto) e non quella cosa senza la quale non puoi nemmeno camminare o andare in bagno dove preferisci (come a Venezia)

29 novembre 2011

Torino

Gli strumenti di blogger prevedono che le etichette (o tag o parole chiave) appiccicate ai post possano essere visualizzate come elenco, con tutte le parole belle incolonnate eventualmente accompagnate da un numeretto che indica quanti post sono contrassegnati da quella determinata parola, oppure come nuvola, cioè tutte raggruppate ma di dimensioni diverse. Più la parola appare grossa, più è alto il numero di post a cui è stata attaccata.
Ho scelto la nuvola e nella mia nuvola le parole più grosse sono ovviamente: attori, Noi credevamo, Pesaro Film Festival, Toni Servillo e Trilogia della villeggiatura.
In questo post ci sono tutte così le aiutiamo a diventare sempre più cicciotte.

Venerdì 25 novembre è iniziato il Torino Film Festival. Domenica 27 novembre è stato proiettato per la stampa 394 - Trilogia nel mondo, il documentario di Massimiliano Pacifico dedicato alla tournée estera della Trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni diretta da Toni Servillo. Ieri c'è stata la proiezione ufficiale col pubblico alla presenza di Pacifico e Servillo: la mia invidiosissima sofferenza è mitigata dal fatto che dovrei essere a Torino da domani e quindi riuscire a vedere il film approfittando dell'ultima replica, il primo dicembre. Ultima replica purtroppo significa "ora o mai più", significa "l'ansia mi strozzerà prima di giovedì", significa tante cose brutte che per il momento fingiamo di mettere da parte.

Ammesso che io sopravviva al primo dicembre, nei giorni seguenti mi piacerebbe vedere i nuovi film di Sylvain George (conosciuto alla Mostra di Pesaro 2011) e di Nikolay Khomeriki (conosciuto sempre a Pesaro nel 2010). Poi ci sarebbe Twixt di Coppola, ci sarebbe Herzog, ci sarebbe Scorsese...
Se avanza tempo, un giro al Museo del Cinema è d'obbligo. Com'è d'obbligo un giro a Palazzo Carignano. Lo devo al buon Domenico.

15 novembre 2011

Good fellas

Sul Cineforum n. 507 è stato pubblicato il resoconto dell'ultima Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro al quale ho contribuito con un articolo sulla retrospettiva russa dedicata ai documentari. Sullo stesso numero si trova anche una mia recensione di Questa storia qua, meglio noto come "il film su Vasco Rossi". Anche quello è un documentario e la differenza tra i documentaristi italici e i documentaristi russi è quasi dolorosa. Questa storia qua non è affatto un brutto film, anzi, è un appassionante e gradevolissimo documentario musicale, ma non ti senti male dopo averlo visto, non pensi "oddio, la mia vita di prima non esiste più, ora ne comincia una nuova", dici solo "ah beh, carino, carino!"
Si dirà: i due giovinetti - Alessandro Paris e Sibylle Righetti - non avevano ambizioni tanto elevate, volevano solo raccontare il loro amico Vasco. Non penso sia un problema di ambizioni. È un problema di prospettiva, di modo di porsi nei confronti del mondo e soprattutto, io credo, di formazione culturale e spessore intellettuale.

Se vedi un film di Matteo Garrone (cito un italiano perché sennò sembra che sono troppo filo-sovietica), anche senza sapere nulla di lui e della sua biografia, percepisci immediatamente di avere davanti uno che s'è nutrito di tonnellate di teatro di tutti i generi e di tutte le provenienze (e che quindi capisce cos'è lo spazio della scena e come si comportano suoni e rumori su questo spazio, conosce la tensione tra i corpi e le voci, e sa instintivamente - perché appunto ne ha assimilata tantissima - come deve suonare la recitazione dei propri attori e le parole che pronunciano); percepisci di avere davanti un pittore (che sa cosa sono i colori, le forme, i materiali, la luce e l'ombra); percepisci, insomma, che il film che hai davanti è frutto di un lavoro enorme a sua volta frutto di una preparazione mentale, manuale e culturale bella e ricca.

Se vedi Qu’ils reposent en révolte del francese Sylvain George (io l'ho visto a Pesaro ma è passato prima a Torino) - un documentario girato tra i migranti africani che da Calais cercano di attraversare la Manica per raggiungere l'Inghilterra - ti accorgi subito che George è un filosofo politico (e non è certamente una questione di lauree) interessato a studiare la geografia degli ambienti per comprenderne la natura e le connessioni interne e (ri)strutturare la realtà secondo un linguaggio e un modello di comprensione profondamente umano.

Se vedi Questa storia qua (ma lo stesso discorso potrebbe valere per molti film) i due giovini registi ti sembrano dei bravi ragazzetti rispettosi, con una certa abilità a incastrare musica e immagini, pieni di passione ed entusiasmo. Punto.
Se c'è una cosa di cui il cinema non ha bisogno sono i bravi ragazzetti rispettosi.

1 ottobre 2011

Mondi paralleli

Intendiamoci. Sono contenta che la settimana prossima inizi il nuovo Distretto di polizia con Andrea Renzi e Tommaso Ragno (più info sui due gentiluomini qui e qui). Guadagneranno popolarità con la tv? Magari, ci spero. Non ho mai avuto problemi di gelosia in questo senso, gioisco quando un attore che amo fa qualcosa in grado di raggiungere un pubblico ampio. Tre anni fa mi sono comprata con orgoglio un pupazzetto di Irina Spalko, per dire.

Ieri sul Venerdì di Repubblica c'era un articolo breve (firmato da Elena Martelli) sull'arrivo del "commissario Renzi" a Distretto di polizia. Un articolo carino, garbato, discretamente interessante, pieno d'ammirazione nei confronti del soggetto. Abbiamo letto ben di peggio.
Eppure mi ha messo tristezza.
Sopra: animali rari che fanno cose strane.
"Ha lavorato con Martone, Servillo e Sorrentino. Il suo habitat è il teatro. Ma ora sarà il capo del Tuscolano X nella serie tv che riparte su Canale5", recita il sommario dell'articolo.
"Chi segue i percorsi del teatro d'autore lo riconoscerà, essendo stato negli anni 80 fra i fondatori, assieme a Mario Martone, di Falso Movimento [...]. Con Martone ha girato Teatro di guerra; con Paolo Sorrentino ne L'uomo in più interpretava il calciatore fallito Antonio Pisapia. Con Toni Servillo ha portato in tournée La trilogia della villeggiatura", si legge nel testo.
Più sotto, una mezza riga cita Ragno come "altro esponente colto della scena napoletana".

Qual è il problema? L'articolo dice cose sbagliate? No (vabbè, Ragno non è napoletano ma da quelle parti ha lavorato parecchio). Dice cose ingiuste? No. E allora?
E allora mi deprime pensare che un settimanale come il Venerdì debba parlare del teatro (e un po' anche del cinema, visto che perfino L'uomo in più sembra una cosa esotica) come di un lontano e sconosciuto mondo parallelo e degli attori come di animali rari che fanno cose strane e irreali nascosti dietro i sipari, e che qualcuno forse ogni tanto avvista, ma chissà.
Finché sei in quel mondo non esisti. Quando passi nel mondo normale, quello di Canale5, allora diventi vero. Mi si dirà: beh ma è così. Però è comunque deprimente.

15 settembre 2011

Riflessioni lagunari

Libere considerazioni post-Venezia. Se qualcuno avesse la curiosità di sapere cosa ho visto e cosa ho scritto durante la Mostra, può frugare qui. Consiglio in particolare Sokurov.
Utilità dei festival cinematografici: siamo sinceri, guardare quattro o cinque film al giorno (o perfino di più) non fa bene a nessuno. Non fa bene agli occhi, non fa bene alla schiena, non fa bene alla testa. Non fa bene alla memoria né fa bene ai film stessi. Ho visto "Faust" (134 minuti di durata) alle 19:30 di una giornata in cui avevo già visto altri tre film (tra cui il famigerato dramma comico by Comencini) e scritto qualche articolo. Posso dire di aver pienamente compreso e apprezzato "Faust"? Proprio no. Era meglio non vederlo? Non lo so.
I festival allora sono inutili? No. Diventano utili quando ti permettono di imparare cose che prima non sapevi, conoscere persone e titoli che prima non conoscevi e soprattutto produrre pensieri che prima non possedevi.
Credo molto nell'importanza dell'insegnamento, nell'avere qualcuno che ti prenda e ti metta davanti a qualcosa da capire e studiare. A far tutto da soli ci si può anche perdere, specialmente a Venezia. Quest'anno ho scoperto Artavazd Pelešjan e sono felice. L'ho scoperto perché a Pesaro m'hanno insegnato (appunto) che quando c'è scritto "Russia" bisogna entrare in sala, punto e basta.
Ed è ancora grazie al Nuovo Cinema di Pesaro se ho realizzato quast'intervista con Michale Boganim, probabilmente la cosa di cui sono più contenta tra tutte quelle fatte al Lido.

Reazioni della stampa vs. Reazioni del pubblico: quando alla proiezione mattutina per la stampa (quest'anno era unica per giornalisti di quotidiani, stampa di qualunque tipo e professionisti del settore cinematografico, insomma accrediti rossi, blu e gialli tutti insieme - anche se poi i gialli restavano sempre fuori) c'è qualche problema, tipo le risate sul film della Comencini, subito ci si appella al responso del pubblico, a cui spetta la proiezione serale o del tardo pomeriggio in Sala Grande.
Ora, un biglietto intero per lo spettacolo delle 19:30 in Sala Grande costa 45 €, per quello delle 22:00 si scende a 30 €: sinceramente, voi vi fidereste del battito di mani di gente che paga QUARANTACINQUE EURO per vedere un film con Claudia Pandolfi che tra qualche settimana potrebbe tranquillamente guardare al cinema vicino casa spendendo quasi dieci volte meno?
A mio parere, per capire se il cosiddetto "pubblico" gradisce, bisognerebbe andare al Palabiennale la mattina dopo, quando i film vengono dati in replica per i possessori di accrediti verdi, ovvero: insegnanti e studenti di cinema, universitari d'ogni facoltà, membri di associazioni culturali e cinematografiche, semplici giovani con meno di 26 anni e semplici anziani con più di 65 anni. Appassionati di cinema, insomma. Non vi pare un gruppo di gente molto più indicativo di ciò che chiamiamo "pubblico"?

Infine, una piccola parentesi semi-personale che non capira quasi nessuno e che per questo generalmente non mi piace inserire qui. Stavolta però sì. Grazie a Jessica che firmando l'autografo ha spezzato la Maledizione della Scala anche nota come "miscusitantissimo". E soprattutto grazie a Bellocchio (perché c'era) e a Gipi (perché non c'ero io).

22 agosto 2011

Hermione a Venezia

Nella primavera del 1998 una bambina di seconda media si trovava in gita con i compagnetti di scuola. Adocchiata una bancarella che vendeva cartoline di Leonardo DiCaprio, la bimba si avvicinò trascinandosi dietro un'amichetta cinefila. Il venditore disse scherzando: «Eh... Tutte a comprare le foto di DiCaprio!» 
La bambina agguantò l'unica cartolina di Titanic che oltre a Jack Dawson raffigurava anche Rose DeWitt Bukater e rispose un po' offesa: «No no, non mi piace lui. A me piace LEI!» Il venditore sorrise: «Ah beh... Non ho visto il film, non so se è brava...» E la bimba: «È brava, è BRAVA!»
Nel corso di quello stesso anno scolastico la bambina impose con scarso successo ai propri compagni la visione del suo film preferito Ragione e sentimento, scrisse un tema per il compito in classe di italiano in cui immaginava di entrare nel castello di Elsinore per incontrare la povera Ofelia e contribuì al giornalino di classe con una recensione di Titanic, tant'è che perfino al colloquio con i genitori la professoressa di lettere inserì tra gli argomenti di conversazione anche la bella passione «per quest'attrice» manifestata dalla piccina (la mamma della bimba, da parte sua, era fan pure lei, specialmente di Marianne Dashwood, e non si stupì affatto).

La bambina ormai cresciuta si appresta oggi a seguire la 68esima Mostra del Cinema di Venezia (31 agosto - 10 settembre) e gli aneddoti scolastici appena descritti possono forse servire per spiegare cosa significhi per lei vedere sul programma Carnage di Roman Polanski, Contagion di Steven Soderbergh e Mildred Pierce di Todd Haynes.

La nostra amica tuttavia è sempre stata una secchiona e dopo l'inutilmente desiderata Giratempo dello scorso anno ha ben pensato, per il 2011, di preparare un rigido programma di visioni veneziane (se ne parlerà dopo il festival, prima non è utile) concentrato specialmente su Orizzonti, Settimana della Critica e Giornate degli Autori per cercare di arginare la tempesta d'amore che si abbatterà sul suo cuore quando colei che nel '98 la attirava dalle bancarelle metterà piede sul tappeto rosso, ma anche per festeggiare un tipo di libertà veneziana relativamente nuova. C'è una scena in Quattro matrimoni e un funerale in cui Rossella/Scarlett va a svegliare Charles, gli domanda come abbia intenzione di passare la giornata e lui risponde «Credo che approfitterò del fatto che per la prima volta in vita mia è sabato e non sono invitato a un matrimonio». Ecco, la nostra amica secchiona vorrebbe festeggiare il fatto che per la prima volta in vita sua andrà a Venezia e non dovrà correre dietro a "He-Who-Must-Not-Be-Named". Che in realtà, forse, al Lido, ci sarà. Ma forse no. Male che vada ci sarà comunque pochissimo.

Da qualche giorno la secchiona ha in mano il programma giornaliero delle proiezioni (pdf) e, a causa della solita sovrapposizione d'orari, ben poche certezze: una è sicuramente La terre outragée di Michale Boganim, seguita a ruota ¡Vivan las Antipodas! di Viktor Kosakovskij (aka "il papà di Svyato"). Nel gran casino lagunare le cose imparate a Pesaro sono sempre un faro luminoso.

E poi, il vero evento, a Venezia, è QUESTO: da quanto tempo Gary Oldman non aveva il nome SOPRA al titolo in una locandina? Eh? Da quanto? 18 anni minimo?

19 agosto 2011

Teatro d'estate

Breve resoconto delle esperienze teatrali estive visto che proprio oggi quel festival cinematografico di quella città sull'acqua ha pubblicato il calendario delle proiezioni e bisognerà pure cominciare a parlarne.

Ma intanto, teatro.

A Porto Sant'Elpidio, cittadina costiera del sud delle Marche nota per aver dato i natali a Neri Marcorè, ospita da anni un bel festival internazionale di teatro per ragazzi: i Teatri del Mondo (per i curiosi, la parola al direttore artistico Marco Renzi).
Tra impegni miei, disorganizzazione (sempre mia) e uno sciopero dei treni (questo almeno non l'ho fatto io), sono riuscita a vedere solo tre spettacoli. Molto belli, tutti e tre.
(E qui apro una parentesi: se siete appassionati di teatro, andate senza esitazioni a vedere gli spettacoli per bambini perché non c'è il rischio, come talvolta succede nella prosa per adulti, di trovarci, per usare le parole di un uomo perfido ma giusto, «l'attrice televisiva che alla fine della carriera raccatta gli ultimi successi» o chi «mette insieme una compagnia in dieci giorni, prova per cinque e poi ne fa un fatto commerciale». No, nel teatro per infanti trovate necessariamente gente preparata, con alle spalle anni di studio e d'esperienza nell'arte di costruire e animare i pupazzi, di far ridere, di educare all'esperienza del palcoscenico e coinvolgere attivamente un pubblico di esseri umani molto, molto, molto giovani; trovate acrobati, giocolieri, ballerini, musicisti, artisti d'ogni settore.)

Dei tre spettacoli visti a Porto Sant'Elpidio non metto foto. Le ho cercate, ma sul web si trova poco e quel poco darebbe un'idea troppo sminuita dell'impressione che ne ho ricevuto dal vivo.

Farabutti e Faraboloni - I 4 elementi (Giulia Rossi e Paolo Piludo)
Compagnia di Vicenza. Testo ironico, scenografia semplice e affascinante. A sei anni mi sarei perdutamente innamorata del costume e dei capelli rosso fuoco della protagonista femminile. Beh, me ne sono innamorata anche ora. Ma la me stessa di vent'anni fa sarebbe stata carica di una passionalità più assoluta, ne sono sicura.

Mucche sulla luna - The Zagreb Puppet Theatre and The Budapest Puppet Theatre
Spettacolo con pupazzi, animati dagli attori in quel modo particolare usato in certi paesi d'Europa che ci spiegò Marco Zoppello, uno degli interpreti del Pippi Calzelunghe della Fondazione Aida di Verona (thebadcolor.blogspot.it/teatrobimbo).

Circo Black and White - Daniela e Marcello
Coppia italo-tedesca. Lei è un'acrobatattrice stupenda. Lo spettacolo è di una poesia struggente e allo stesso tempo molto divertente. Gran bel pezzo d'arte, messo in scena all'aperto, in una pineta, tra bimbetti incantati e plaudenti d'entusiasmo.

E veniamo ora al teatro per persone maggiorenni.
Elio Germano l'anno scorso ha messo in scena Thom Pain, un monologo del drammaturgo americano Will Eno. L'ho visto a gennaio. A luglio Isabella Ragonese ha debuttato in Lady Grey, altro monologo di Eno. Un colpo di fortuna m'ha portato Isabella vicino casa, pochi giorni fa. Ho scritto due righe qui, ma non escludo di scrivere qualcosa di più approfondito nel prossimo futuro (possibilmente prima che inizi quel festival filmico sull'acqua).
Comincio a capire di più Will Eno e quindi ad apprezzarlo. Esperienza positiva, insomma, con mille grazie a Isabella che è stata molto carina anche fuori dal teatro.

10 luglio 2011

Mangia. Studia. Ama.

L'ultimo numero di FilmTv ripropone tra le pagine della programmazione televisiva una vecchia recensione di Mauro Gervasini su Bowling for Columbine di Michael Moore, approfittando di un passaggio del film su RaiStoria. Leggere una frase che stigmatizza Moore perché «in Fahrenheit 9/11 pedina una madre devastata dal dolore per la perdita del figlio in Iraq e non sente il bisogno di abbassare la macchina da presa neanche quando questo dolore è manifesto» appare quasi buffo, dopo una settimana passata alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro a vedere documentari russi in cui le macchine da presa hanno fatto cose molto più estreme. 
Gervasini dice una cosa per me condivisibile, tuttavia è strano accorgersi di quanto isolamento ci sia tra le cinematografie dei diversi Paesi, nonostante Internet e tutto quanto. Stiamo qui a chiederci se sia moralmente giusto filmare una donna che piange e nel frattempo in Russia un regista usa il figlio di due anni come cavia ponendolo per la prima volta dinanzi a uno specchio e poter così studiare le reazioni (violente) di un essere umano che impara a riconoscere la propria immagine. Risultato? Un film impressionante, un capolavoro, con buona pace del piccolo protagonista forzato.

La Russia è lontana, certo, ma poi a Pesaro arriva il pugliese Cosimo Terlizzi che con il suo Folder fa apparire Michael Moore un uomo pudico e rispettoso del dolore altrui. E allora?
E allora bisognerà guardarsi intorno sempre di più e capire e conoscere. Pesaro quest'anno ha portato nella sua sala un mucchio di roba veramente apri-cervello dal punto di vista del linguaggio cinematografico, e la cosa bella è che te la fa vedere in un'atmosfera sempre serena e amichevole, tra un rilassatissimo aperitivo e un altrettanto rilassatissimo incontro in cortile con i registi. Tivogliobbene, Pesaro.

Chiuse le dichiarazioni d'amore, passiamo a un breve elenco delle cose che ho imparato durante la settimana pesarese:
- uno schermo grande è diverso da uno schermo piccolo: benché io sia una grande sostenitrice dell'home-video (vorrei i dvd di qualunque cosa, anche degli spettacoli teatrali), rivedere al festival L'assedio di Bertolucci (grazie alla retrospettiva dedicata al signor Bernardo) mi ha devastata. Quel film ha senso solo se visto su uno schermo grande, con una proiezione che renda giustizia alla fotografia e in una sala di dimensioni sufficienti. Devi stare a una certa distanza dallo schermo per vedere veramente i movimenti di macchina verso il pianoforte di Mr. Kinsky, o in allontanamento. Se lo vedi a casa non capisci. Punto.
- i russi fanno paura: o, se preferite una terminologia più adeguata, «il livello di acculturazione specifica [dei registi russi] è molto più avanzato della media e grandi conoscenze storico-cinematografiche, impensabili altrove, si aggiungono di solito a una professionalità perfetta» (dal saggio di Barbara Wurm incluso in "Cinema russo contemporaneo").
- i "documentari" (termine spesso impreciso) provocano amori meno impetuosi dei film "di finzione" ma sanno essere capolavori in una maniera tutta particolare, direi filosofica: insomma, mi sono innamorata lo stesso, anche se con maggiore sobrietà rispetto all'anno scorso.
Gli amori più grossi sono stati il piccolo Svyato, la spiaggia di Rastorguev, i film delle giovini Galina e Alina e Glubinka 35x54.

Un articolo che sto preparando sui russi sarà pubblicato prossimamente da "Cineforum". Altri cose le ho scritte su LoudVision.

19 giugno 2011

Period stuff is fun

L'ha detto Clint Eastwood, in risposta a chi gli domandava lumi sull'ambientazione anni 30 di Changeling. Che Clint possa usare la parola "fun" riferendola all'orrore raccapricciante raccontato in Changeling è solo un'ulteriore prova del suo essere un'entità superiore e completamente positiva, emanazione del bene assoluto, capace di mantenersi puro di fronte a ogni male (non lo dico io, lo dicono le attrici che lavorano con lui: leggete un'intervista a caso a Cécile De France o Angelina Jolie).

In linea generale, tuttavia, sono perfettamente d'accordo: che la roba in costume sia bella e divertente è una cosa che ho sempre pensato, fin dalla più tenera età. C'è stato persino un breve periodo, quando avevo undici o dodici anni, durante il quale alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?" rispondevo "La costumista!", spinta dall'amore per Gabriella Pescucci, L'età dell'innocenza, Ragione e sentimento, Ritratto di signora, Kenneth Branagh, Jane Austen e compagnia bella.

Questo noioso e sdolcinato prologo dedicato alla mia infanzia da cinefila amante della period stuff, unito al ben noto amore passionale che nutro nei confronti di Noi credevamo, serve per spiegare quanto sia contenta di aver fatto un'intervista a Ursula Patzak, colei che ha vestito Giuseppe Mazzini, Felice Orsini, Cristina di Belgiojoso e Sigismondo di Castromediano.

31 maggio 2011

Finale di stagione

L'ingegner Gadda va alla guerra - da teatrovalle.it
Finisce maggio, Clint Eastwood compie gli anni e finisce pure la stagione teatrale.

La cosa buona è che certi attori di teatro sfruttano i mesi estivi per girare i film consentendo così agli ammiratori un po' tristi per lo svuotamento dei palcoscenici di guardare con fiducia all'autunno cinematografico.

E poi alcuni teatri iniziano già da ora ad anticipare gli spettacoli della stagione prossima e l'estate è tempo di festival, teatrali e filmici. Insomma, non c'è pericolo d'annoiarsi, però è bello fare un bilancio di quel che si è visto.


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Spettacoli visti nella stagione 2010/2011 (cuoricini da 1 a 5)

- Trilogia della villeggiatura (per la seconda volta) di Carlo Goldoni, regia di Toni Servillo (Teatri Uniti e Piccolo Teatro di Milano), con tanti attori meravigliosi ♥♥♥♥♥♥ 

- Thom Pain di Will Eno, regia di e con Elio Germano ♥♥♥

- L'ingegner Gadda va alla guerra, regia di Giuseppe Bertolucci, da un'idea di e con Fabrizio Gifuni ♥♥♥♥♥

- Anastasia Genoveffa e Cenerentola di Emma Dante, con Italia Carroccio, Davide Celona, Gisella Vetrano e Valentina Chiribella (compagnia Sud Costa Occidentale) ♥♥♥♥1/2

- I cavalieri della favola gioconda del Teatro Verde di Roma ♥♥♥1/2

- Il gatto con gli stivali del Teatro del Cerchio di Parma ♥♥♥1/2

- Pippi Calzelunghe della Fondazione Aida di Verona ♥♥♥♥

- Attenti al lupo di Teatri Comunicanti di Porto Sant'Elpidio ♥♥♥♥

- Ventimila leghe sotto i mari del Teatro Potlach di Rieti ♥♥♥♥

11 maggio 2011

Le cose che mancano

Ah sì, i David. Immagino che dovrei commentare i risultati (se non altro per averne tanto parlato prima)... Beh, sono abbastanza contenta: Noi credevamo ha preso ottimi premi e Elio Germano è da anni uno degli attori che mi piacciono di più. Meno convinta sulla regia di Luchetti e su altre statuette ma... vabbè. Altre parole sulla cerimonia qui.

Il bel trionfo di Mario Martone mi ha suscitato una piccola catena di pensieri: durante l'incontro col pubblico milanese di cui avevo parlato lo scorso novembre, Toni Servillo (beata ingenuità) si interrogava sulla disponibilità in dvd di Rasoi, il mediometraggio del '94 tratto dallo spettacolo omonimo: «Non so se si vede... Se c'è in dvd...». Mentre spiegavano a Servillo che non solo non esiste un dvd di Rasoi ma nemmeno di Teatro di guerra e di Morte di un matematico napoletano, per non parlare di I vesuviani e di altre opere "minori", Martone rideva tra lo sconsolato e il divertito.

Qualche giorno fa ho notato che su youtube alcuni utenti caricano integralmente i film di Martone, ad esempio il Matematico, ricevendo come commenti un tripudio di "grazie!", "grazie di cuore!", "questo film è introvabile", "erano anni che cercavo questo film".
Caro Mario, sappiamo che non è colpa tua ed è pure vero che i film, con un po' di attenzione ai palinsesti, si possono beccare in tv e che qualche biblioteca ha conservato le videocassette, ma una soluzione per i dvd bisogna trovarla assolutamente!

27 aprile 2011

Love, and be silent

Cordelia, William Frederick Yeames
Ieri ho ripreso in mano Re Lear e mi è tornato in mente l'enorme problema della comunicazione amorosa affrontato da A letter to Elia di Martin Scorsese. 
Martino caro, Cordelia aveva capito tutto secoli e secoli fa: ancora stiamo a parlarne?


What shall Cordelia speak? Love, and be silent.

Then poor Cordelia! 
And yet not so, since I am sure my love's
More ponderous than my tongue.

Unhappy that I am, I cannot heave
My heart into my mouth.


17 aprile 2011

quattro film

A volte vedi un film e vorresti discuterne per ore, giorni e anni, perché credi nel suo valore cinematografico e sei pronto a difenderlo di fronte a draghi e streghe cattive.
Altre volte dei draghi non te ne importa nulla e il valore cinematografico di ciò che hai di fronte a malapena lo vedi, perché ami e senti il film per motivi talmente tuoi e talmente minuscoli che spiegarli in pubblico sarebbe impossibile oltre che inutile.
Nella stagione che sta per chiudersi di film così, di amori privati, ne ho trovati quattro. Sono tanti.
Non ne parlerò, non servirebbe e non sarebbe interessante. Una volta cercai di raccontare l'intreccio di "cinema, film in costume, teatro, letteratura, attori e innamoramenti incrociati" (così l'avevo definito) che ha determinato il mio amore per Emidio Greco. Ci sono riuscita solo in minima parte, concentrandomi in realtà su questioni cinematografiche e letterarie più oggettive e non realmente mie. Perciò stavolta niente chiacchiere. Solo quattro video.









Per uscire dal narcisismo e verniciare di utilità questo post, mi allontano da me stessa e guardo all'esterno:
Caro lettore, abituale o casuale, dimmi i nomi dei tuoi amori filmici privati. Senza spiegarli.

11 aprile 2011

«È andata cosi...» «È andata male!»

«È andata così...» diceva Nanni Moretti guardando i risultati elettorali del '94 nell'incipit di Aprile.
«È andata male!» puntualizzava la mamma Agata.
Anche le great expectations per le candidature ai David 2011 sono andate male.
Bisogna ammettere che se qualcuno si fosse dato la pena di leggere i post di questo blog da maggio 2010 a oggi potrebbe gridarmi «Rompi le palle da un anno con 'sto Risorgimento di Martone, adesso s'è preso tredici nomination e ancora ti lamenti?? Ma che minchia volevi di più??»
Eh, volevo gli attori. Le visioni ripetute e felici generate dall'arrivo del dvd mi hanno mostrato con più chiarezza la serena bravura di Francesca Inaudi, mi hanno fatta innamorare furiosamente del Felice Orsini di Guido Caprino (specialmente della voce: Orsini, vieni a casa mia e leggimi un pacco di elenchi del telefono), hanno fatto nascere in me il desiderio di possedere un milione di audiolibri interpretati da Renato Carpentieri (e se nella prossima stagione le Operette morali non si schiodano da Torino starò tanto male). E poi Fiona Shaw e il suo beloved Giuseppe Mazzini (eh, se solo fossi capace di scrivere fanfiction...). 
Sarà la lingua ottocentesca, sarà che ultimamente basta dirmi una parola a caso tipo "quand'anche" o "secreto" o "veggo" per farmi squagliare, saranno pure il garibaldino e le sue radiofoniche noterelle ad aver contribuito, ma col dvd di Noi credevamo mi ritrovo spesso a fare come Nanni Moretti nella Stanza del figlio alle prese col cd di Nyman.
E quindi volevo gli attori ai David, sì. Proprio tanto.

Le nomination, dicevamo: mi hanno dato le colonne sonore, comunque, proprio le due a cui tenevo di più, Il gioiellino e Into Paradiso. E mi hanno dato Francesco Di Leva per Una vita tranquilla.
Si tiferà per le cose belle e si cercherà di fare il voodoo contro quelle brutte, come sempre. Mi rattrista il mio poco interesse per le attrici protagoniste (me stessa disinteressata alle attrici è come Winnie the Pooh disinteressato al miele)... boh, scelgo Alba Rohrwacher.

4 aprile 2011

La colonna sonora di Noi credevamo

Questo è un post di servizio pubblico risorgimentale. Se qualcuno, come me, ha bisogno di una tracklist delle musiche usate in Noi credevamo di Mario Martone, eccola (trascritta dai titoli di coda dell'edizione in dvd):

aggiornamento: La versione integrale di Noi credevamo è stata successivamente pubblicata in un cofanetto che contiene anche il cd della colonna sonora. Info su questo post.

Giuseppe Verdi
Don Carlo
Atto I, "Carlo il sommo imperatore" (introduzione)
Atto III, "Ella giammai m'amò" (introduzione)
Atto IV, "Tu che le vanità" (introduzione) - prima parte del Prologo: incendio di Bosco da parte dei soldati borbonici, incontro tra la madre di Domenico e i Capozzoli

Gioacchino Rossini
Elisabetta II
Atto II, "Che intesi!... Oh annunzio!" (introduzione)

Gioacchino Rossini
Guglielmo Tell
Atto II, "Selva opaca" (introduzione) - cavalcata nella neve dopo il primo incontro tra Domenico, Angelo e Cristina (durante la cerimonia dei David di Donatello è stato presentato come brano di Hubert Westkemper, cfr. questo articolo)

Giuseppe Verdi
Rigoletto
Atto III, "E l'ami?" (introduzione)

Vincenzo Bellini
Il pirata
Atto II, "Oh! S'io potessi dissipar le nubi" (introduzione)

Giuseppe Verdi
Il corsaro
Atto III, "Eccome prigioniero" (introduzione)
Preludio

Giuseppe Verdi
Attila
Preludio
Atto I, "Liberamente or piangi" (introduzione)

Giuseppe Verdi
Ernani
Parte III, La clemenza (introduzione)

Giuseppe Verdi
Quartetto in mi minore
1. Allegro - trascrizione per orchestra

Giuseppe Verdi
Otello
Atto III, "Dio! Mi potevi scagliar tutti i mali"

Giuseppe Verdi
Macbeth
Atto IV, "Vegliammo invan due notti" (introduzione)

Giuseppe Verdi
I masnadieri
Preludio

Giuseppe Verdi
I Vespri siciliani
Preludio

Domenico Scarlatti
Sonata K 101
al fortepiano Deborah Villani

Vincezo Bellini
I puritani
Atto III, "Credeasi misera"
Preludio
al fortepiano Walter Mammarella

Ludwig Van Beethoven
Sonata n.27 in E minor, opera 90
al fortepiano Walter Mammarella

Stefano Scafuro
Tarantella di Nicola, Polka Turibio
Esecutori: Tommaso Sollazzo, Pietro Botte, Carmine Antonio Cortazzo e Vincenza Cortazzo

Giuseppe Verdi
Pietà Signor
baritono Michele Pertusi
da "Complete Chamber Songs"
Parma Opera Ensamble
arrangiamento di Andrea Chenna
Stradivarius 2000

Fenesta che lucive

elaborazione di Mariano Paolella
ignoto prima metà del 1800

Camicia rossa

(canto popolare)
elaborazione strumentale: Remy e Vincenzo Boniface - titoli di coda

Mauro Giuliani
Giulianate
La Melanconia, opera 148
alla chitarra Mario Gullo
(per la versione televisiva)

Camicia rossa
e A Roma, a Roma
da "Camicia rossa. Antologia della canzone giacobina e garibaldina"
Dischi del Sole Ala Bianca 1979

I brani tratti dalle opere sono eseguiti dall'Orchestra sinfonica della Rai di Torino diretta da Roberto Abbado. Nel film sono presenti anche i "suoni sintetici" (originali, si ascoltano in alcune scene) creati da Hubert Westkemper.

La versione di Noi credevamo pubblicata nel dvd è quella da 170 minuti uscita nelle sale.
Questo post sarà gradualmente aggiornato con l'indicazione delle scene in cui vengono usati i brani.

26 marzo 2011

chi mi fa visita

Non avevo mai scritto un post sulle parole chiave che, attraverso google, conducono gente su queste pagine. Non mi era mai parso particolarmente interessante. Tuttavia, il gran numero di persone che mi viene a trovare cercando roba sul Giuseppe Mazzini cinematografico mi sta commuovendo.

Tanti naviganti cercano la citazione sulla speranza (che ho riportato qui) inserendo su google frasi spezzate:
- "70 volte 7 noi credevamo"
- "noi credevamo 70 volte 7"
- "noi credevamo settanta volte sette"
- "quand'anche le nostre speranze fossero state deluse non sette volte, ma settanta volte sette"
- "si combatte secretamente da anni"
- "bisogna guardarsi attorno dentro riflettere attentamente scoprire"
- "mazzini settanta volte sette speranza"
- "noi credevamo non sette volte settanta volte sette"
- "poi ricominciare da capo una terza volta"
 ... e via dicendo. Eh lo so, cari googlatori, è un gran bel pezzo quello lì.

I fan di Mazzini però sono molto curiosi e non si fermano certo alle citazioni:
- "i piatti preferiti. da. giuseppe. mazzini": so che amava una torta alle mandorle e che mandò la ricetta a sua madre per lettera. Se serve altro possiamo cercare meglio.
- "colore dei vestiti di giuseppe mazzini": neri, sempre neri.

Un abbraccio particolare al fan di Angelo che se ne frega delle 70volte7 e cerca invece:
"li lasciai all'angolo di rue st. honorè e non li ho visti più":

Abbiamo poi gli spettatori confusi e quelli polemici:
- "noi credevamo personaggio angelo cambiato l'attore": nel senso che da giovane è Andrea Bosca e da adulto Valerio Binasco?
-  "video dove francesca inaudi si bacia a noi credevamo": si trovano pochissimi video del film su Internet. Però ora è uscito il dvd, compralo!
- "francesca inaudi nuda noi credevamo": ma no, dai. Non esageriamo!
-"noi credevamo canzone titoli di coda ": Camicia Rossa http://www.youtube.com/watch?v=OSzw_O5v6Cc
- "noi credevamo martone titoli di coda video": compra il dvd.
- "noi credevamo noi speravamo film risorgimento": credevamo, credevamo.
- "noi speravamo di mario martone": CREDEVAMO!
-  "orribile francesca inaudi": dai, è tanto carina!!
- "veramente brutta francesca inaudi": vabbè.
- "noi credevamo colonna sonora": eh magari...

11 marzo 2011

Great (David) Expectations

Benché, come tutti sappiamo, la cerimonia sia generalmente più simile a una sagra di  paese organizzata male piuttosto che a un'elegante premiazione cinematografica, i David di Donatello mi entusiasmano spesso più degli Oscar. Un po' perché durante l'anno solitamente vedo al cinema un numero discreto di film italiani e quindi arrivo alle cinquine sufficientemente preparata (mentre a volte i film oscarizzabili non escono per tempo in Italia), un po' perché conosco meglio e sento necessariamente più vicini i cinemanti italiani rispetto a quelli esteri, un po' perché tali cinemanti in tv vanno molto raramente, e se vuoi vedere Fabrizio Gifuni con un  bel vestito addosso almeno una volta all'anno, giusto per assicurarti  che sia sempre bello e stia in salute, i David sono l'unico appiglio.
Quest'anno, come sa bene chi mi conosce (e mi ha ascoltata e/o accompagnata al cinema), Toni Servillo ha fatto quattro film (uno, due, tre e quattro) e perciò è altamente probabile che acchiappi qualcosa. Se fossi la padrona dei David, lo premierei per Noi credevamo, perché il suo Giuseppe Mazzini è una figura bellissima, spaventosamente astratta e perfetta. Siccome io non conto niente, i padroni dei David (o chi per loro, più propriamente i produttori) hanno deciso che una fetta dei miei grandi progetti va soffocata in culla.
Tra le schedine pubblicate sul sito dei David (schedine teoricamente indicative su ciò che è candidabile e ciò che non lo è), Noi credevamo appariva, fino a pochi giorni fa, come un film senza "non protagonisti": non solo niente Mazzini, dunque, ma niente Don Sigismondo (Andrea Renzi), niente Carlo Poerio (Renato Carpentieri, a cui bisognerebbe gettare una rosa ogni volta che apre bocca nelle sue pur brevi scene), niente Antonio Gallenga (Luca Barbareschi), niente giovinetti Domenico, Angelo e Salvatore (Edoardo Natoli, Andrea Bosca e Luigi Pisani).
Oggi noto invece che come "attore non protagonista" viene indicato Roberto De Francesco (nel film è Don Ludovico, il nostalgico borbonico col cardillo). Ok, ottimo, anche se l'esclusione di tutti gli altri mi rattrista assai.
E  noto finalmente, come protagonista accanto a Luigi Lo Cascio, il nome di  Valerio Binasco, che meriterebbe un monumento d'oro massiccio solo per l'incantevole noncuranza tragica con cui, al processo per l'attentato a Napoleone III, monologa di boulevards parigini e luce biancastra trasformando in poesia una confessione tratta dagli atti di un processo.
Va da sé che per Noi crevamo prego e spero anche in candidature nelle categorie principali (film, regia, sceneggiatura). E sarebbe bello avere ai David Fiona Shaw (aka Emilie Ashurst, amica londinese di Mazzini).

Tutto bene sul versante Una vita tranquilla, la cui schedina informativa non dimentica nessuno: una doppia candidatura per i non protagonisti Marco D'Amore (riproponiamo l'intervista, voilà) e Francesco Di Leva mi renderebbe immensamente felice.

E veniamo infine alle musiche: Teho Teardo ha sfornato tre partiture una più entusiasmante dell'altra. Facendo un ragionamento cinematografico del tipo "quale colonna sonora ha il rapporto più vivo e proficuo con le immagini", sceglierei forse Gorbaciof, perché è un film praticamente muto, molto lirico e la musica abita con grazia le parentesi immaginifiche di questa tenera storia d'amore tra Lila e Gorbaciò, lasciando invece ai rumori (suono di Dagni Rondanini, da premiare) gli spazi reali.
Tuttavia, la colonna sonora di Il gioiellino è spettacolare, indipendentemente dalla Parmalat, dalle truffe e dalla cronaca: è un album meraviglioso di brani sorprendenti, coi soliti bellissimi archi e col solito bellissimo violoncello (di Martina Bertoni): ascoltare
Da Una vita tranquilla prendiamo invece la canzone, "A Quiet Life" di Teho Teardo e Blixa Bargeld. Il David per la miglior canzone deve essere questo. Punto.

Tra le colonne sonore italiane che ho ascoltato nel 2010/2011 ci sono altre cose degne di nota (e di candidatura): innanzitutto quella genialata composta da Fausto Mesolella per Into Paradiso, e poi Qualunquemente, che ha fatto tornare la Banda Osiris a musicare una commedia, genere non frequentato - se non sbaglio - dai tempi di Estate romana di Matteo Garrone.
Meritevoli pure Giovanni Venosta con Cosavogliodipiù, Carlo Crivelli per La Passione, Louis Siciliano per 20 sigarette e Andrea Chenna per Il compleanno.

Al 7 aprile, quando saranno annunciate le candidature.

23 febbraio 2011

Lettere d'amore

Al cinema si sta al sicuro e in pace: lo dice Martin Scorsese in A Letter to Elia - fuori concorso all'ultima Mostra del cinema di Venezia - e noi tutti pensiamo "oh sì", "che bello" e "ti amo Martino".

È un gran film, A Letter to Elia, e non solo perché ogni volta che si ascolta Scorsese parlare di cinema viene voglia di contattare l'attuale moglie e farle notare che non dovrebbe essere così egoista e che in fondo la poligamia potrebbe essere una valida soluzione per tutti. No, A Letter to Elia è proprio un'opera importante perché affronta - e risolve, persino - un problema di enorme portata, intimamente sentito da tantissime persone in tutto il mondo.

«Io amo Elia Kazan» ci racconta il nostro Martino (non ho il film sottomano, quindi riassumo a memoria) «I suoi film mi hanno cambiato la vita, fatto vedere cose nuove, regalato pensieri che prima non possedevo, incantato gli occhi e sconvolto l'anima.
Entrando nel mondo del cinema, ho avuto la fortuna di incontrarlo e di parlarci, ma ho capito che esprimergli completamente il mio amore era impossibile: non si potrà mai e poi mai far capire ad un artista quanto le sue opere abbiano inciso sulla nostra esistenza, quanto l'abbiano squassata, aperta e migliorata. Così, visto che faccio il regista, ho pensato che l'unica maniera sensata e accettabile di comunicare indirettamente questo amore sia continuare a fare film. E quindi eccomi qua a presentarvi questa lettera d'amore cinematografica, filmata per  il mio adorato Elia».

Il documentario, come dicevo, è stato presentato a Venezia. Per una fanciulla che stava consacrando le proprie giornate veneziane a silenziosi giocatori d'azzardo con le voglie in fronte e a severi cospiratori risorgimentali vestiti di nero, sentirsi dire (da Martin Scorsese, mica da uno qualunque) che «LUI non potrà mai capire quanto lo ami» è stato come ricevere una pugnalata e essere gettata nella preoccupazione più nera e nella sconforto più triste.

Tanto più che la soluzione offerta da Scorsese - fare film, fare arte - è sì molto buona e anche utile (perché potenzialmente in grado di far nascere nuovi amori in nuove persone) ma risulta applicabile solo se si sceglie di fare lo stesso mestiere del proprio oggetto d'amore. E tutti gli altri? Destinati a contemplare il proprio cuore spezzato per sempre?

Peccato che Martino non sia venuto a Venezia ad accompagnare il film, c'era una fanciulla che avrebbe avuto tanto bisogno di confessarsi e chiedere consigli spirituali.

14 febbraio 2011

teatrobimbo

Nel bel mezzo di un gelido inverno e di una stagione teatrale cominciata benissimo, proseguita con l'Elio Germano di Thom Pain ma piena di obbligate rinunce (i biglietti son costosi, questa è la scarna e vera verità), febbraio è arrivato portando un carico inaspettato di teatro per bambini.
Grazie alla rassegna curata da Eventi Culturali / Teatri Comunicanti, un paio di teatri vicini a casa mia hanno proposto calendari - ancora in corso, presto nuovi aggiornamenti - specificamente dedicati al teatro per i bimbi: ne ho gioiosamente approfittato, cogliendo l'occasione per incontrare le compagnie teatrali, conoscere nuovi attori, imparare cose belle e raccogliere piccole interviste.

Andrea Calabretta, attore e autore del Teatro Verde di Roma, ci ha parlato di Maria Signorelli, artista-burattinaia-scultrice-costruttrice di pupazzi dalle cui mani sono uscite cose veramente notevoli.

Mario Aroldi, con addosso i panni di Tonto, il padrone del Gatto con gli stivali, ci ha presentato Jojo & Molly, il nuovo spettacolo del Teatro del Cerchio di Parma che bisognerà assolutamente trovare il modo di vedere: storia d'amore muta tra un clown e una ballerina addolorata. È già bellissimo.

Marco Zoppello-Tommy ci ha raccontato le caratteristiche di un teatro di figura diverso rispetto a quello delle marionette tradizionali, un tipo di messa in scena in cui i pupazzi vengono animati dagli attori visibili sul palco: un sistema che in Pippi Calzelunghe della Fondazione Aida di Verona è molto efficace perché rende concreta la natura strana, misteriosa e irreale di Pippi (e delle avventure in cui trascina Annika e Tommy). Pippi è una fantasia, un gioco, una creatura dell'immaginazione.
La rappresentazione è stata bella anche perché, finito lo spettacolo, mentre io chiacchiero con Tommy, una signora chiede se è possibile far uscire di nuovo Pippi: la sua bambina piange e minaccia di non voler tornare a casa se non riuscirà a salutare la protagonista. Al di là del mio primo pensiero oppurtunista ("Aaah, quindi a teatro basta minacciare di  scoppiare a piangere e puf! Ti portano l'attore che vuoi tu? Che bello!"), il momento è veramente carino, con Pippi-attrice (Irene Høgsberg) + Pippi-pupazzo circondate da piccoli ammiratori.
Cara bambina innamorata di Pippi Calzelunghe, sei stata grande e coraggiosa: hai davanti a te un glorioso avvenire pieno di soddisfazioni da fangirl. Pensa che io alla tua età rifiutai perfino di andare a vedere dal vivo Cristina D'Avena, non riuscendo nemmeno a pensare di poter sopravvivere all'emozione.

Un paio di settimane fa, infine, visitando il sito di Emma Dante, scopro che Anastasia, Genoveffa e Cenerentola sarà presto al Teatro Sperimentale di Pesaro (in esclusiva regionale, vengo a sapere poi).
Non me ne ero accorta prima perché sul sito dell'associazione teatrale della mia regione, che raccoglie le informazioni sui calendari di tutti i teatri, Cenerentola era isolata nella stagione teatrale per bambini e non sulle schede divise semplicemente per città. Nella mia testa la Cenerella di Emma Dante è sempre stata uno spettacolo-punto-e-basta, vai a sapere che dovevo cercarlo nella pagina di Andar per fiabe.

Lo spettacolo è bellissimo, descriverlo a parole è un po' superfluo, va visto e ascoltato: è bello per la mimica e per la gestualità degli attori (Italia Carroccio, Davide Celona, Gisella Vetrano e Valentina Chiribella), per i colori, per le luci, per la musica. Perché usa il dialetto siciliano con intelligenza ma la struttura scenica creata da corpi e canzoni lo farebbe apparire perfetto e compiuto anche senza dialoghi. Perché fa ridere tantissimo, perché la fata è rincoglionita e non si regge in piedi, perché è uno spettacolo comico, ironico, pieno di elementi differenti, di riferimenti vasti eppure semplice, conciso, immediato. Proprio bellissimo.

24 gennaio 2011

dall'edicola al palcoscenico (giusto per ammazzare il tempo)

Hai comprato in edicola la serie di dvd dedicata dall'Espresso alle produzioni shakespeariane della BBC? Hai le qualità e la preparazione per recitare Shakespeare a teatro!
Sei un attore ma non reciti in almeno due film all'anno in ruoli da protagonista? Forse sei un po' scansafatiche ma in ogni caso cerca di usare meglio il tuo tempo libero, trovati un hobby, fai un po' di teatro!

Lo dice senza un'ombra di vergogna, dalle pagine del Venerdì di Repubblica, Luca Argentero, ora sulle scene con Shakespeare in love, uno spettacolo che raccoglie brani di opere teatrali e sonetti di Shakespeare:
«Avevo comprato la collana dell'Espresso col teatro shakespeariano della BBC, sentir recitare Anthony Hopkins ti fa capire la grandezza di autore e interprete, sono emozioni uniche. E la magia del teatro si ripete ogni volta».

«Chi recita ha la curiosità del palco e del pubblico in sala - continua Argentero - Gli attori come Vittorio Gassman facevano sei film, stavano sul set duecento giorni l'anno, oggi ne giri due: pochi, se ti piace lavorare. Ti manca».