10 luglio 2011

Mangia. Studia. Ama.

L'ultimo numero di FilmTv ripropone tra le pagine della programmazione televisiva una vecchia recensione di Mauro Gervasini su Bowling for Columbine di Michael Moore, approfittando di un passaggio del film su RaiStoria. Leggere una frase che stigmatizza Moore perché «in Fahrenheit 9/11 pedina una madre devastata dal dolore per la perdita del figlio in Iraq e non sente il bisogno di abbassare la macchina da presa neanche quando questo dolore è manifesto» appare quasi buffo, dopo una settimana passata alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro a vedere documentari russi in cui le macchine da presa hanno fatto cose molto più estreme. 
Gervasini dice una cosa per me condivisibile, tuttavia è strano accorgersi di quanto isolamento ci sia tra le cinematografie dei diversi Paesi, nonostante Internet e tutto quanto. Stiamo qui a chiederci se sia moralmente giusto filmare una donna che piange e nel frattempo in Russia un regista usa il figlio di due anni come cavia ponendolo per la prima volta dinanzi a uno specchio e poter così studiare le reazioni (violente) di un essere umano che impara a riconoscere la propria immagine. Risultato? Un film impressionante, un capolavoro, con buona pace del piccolo protagonista forzato.

La Russia è lontana, certo, ma poi a Pesaro arriva il pugliese Cosimo Terlizzi che con il suo Folder fa apparire Michael Moore un uomo pudico e rispettoso del dolore altrui. E allora?
E allora bisognerà guardarsi intorno sempre di più e capire e conoscere. Pesaro quest'anno ha portato nella sua sala un mucchio di roba veramente apri-cervello dal punto di vista del linguaggio cinematografico, e la cosa bella è che te la fa vedere in un'atmosfera sempre serena e amichevole, tra un rilassatissimo aperitivo e un altrettanto rilassatissimo incontro in cortile con i registi. Tivogliobbene, Pesaro.

Chiuse le dichiarazioni d'amore, passiamo a un breve elenco delle cose che ho imparato durante la settimana pesarese:
- uno schermo grande è diverso da uno schermo piccolo: benché io sia una grande sostenitrice dell'home-video (vorrei i dvd di qualunque cosa, anche degli spettacoli teatrali), rivedere al festival L'assedio di Bertolucci (grazie alla retrospettiva dedicata al signor Bernardo) mi ha devastata. Quel film ha senso solo se visto su uno schermo grande, con una proiezione che renda giustizia alla fotografia e in una sala di dimensioni sufficienti. Devi stare a una certa distanza dallo schermo per vedere veramente i movimenti di macchina verso il pianoforte di Mr. Kinsky, o in allontanamento. Se lo vedi a casa non capisci. Punto.
- i russi fanno paura: o, se preferite una terminologia più adeguata, «il livello di acculturazione specifica [dei registi russi] è molto più avanzato della media e grandi conoscenze storico-cinematografiche, impensabili altrove, si aggiungono di solito a una professionalità perfetta» (dal saggio di Barbara Wurm incluso in "Cinema russo contemporaneo").
- i "documentari" (termine spesso impreciso) provocano amori meno impetuosi dei film "di finzione" ma sanno essere capolavori in una maniera tutta particolare, direi filosofica: insomma, mi sono innamorata lo stesso, anche se con maggiore sobrietà rispetto all'anno scorso.
Gli amori più grossi sono stati il piccolo Svyato, la spiaggia di Rastorguev, i film delle giovini Galina e Alina e Glubinka 35x54.

Un articolo che sto preparando sui russi sarà pubblicato prossimamente da "Cineforum". Altri cose le ho scritte su LoudVision.

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