30 dicembre 2012

Elsa Morante e Carlo Cecchi a Colono: «tutti devono sapere»

>> PROLOGO
Ricordate quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti scopre l'esistenza dell'anestesia epidurale che avrebbe permesso alla moglie Silvia di non soffrire durante il parto e, in preda all'entusiasmo, esclama «tutti devono sapere!» e si affanna ad attaccare una specie di manifesto informativo sulle pareti dell'ospedale?
Si tratta di un istinto naturale che tutti conosciamo e che spinge all'azione quando una notizia o un avvenimento ci provocano gioia e sorpresa ma inspiegabilmente non notiamo lo stesso entusiasmo in quelli che ci circondano.

Carlo Cecchi sta per mettere in scena LA SERATA A COLONO, l'unico testo per il teatro scritto da Elsa Morante (si trova in quella meravigliosa raccolta di meraviglie che è Il mondo salvato dai ragazzini) e mai portato sul palcoscenico fino a oggi. Cecchi sarà Edipo, Antonia Truppo sarà Antigone (chiamata anche Ninetta). Alla regia Mario Martone, Nicola Piovani alla musica.
Il fatto che tutto ciò rappresenti «una vera a e propria sfida, attesa da decenni dal teatro italiano» dovrebbe essere una concreta consapevolezza di questa nazione o almeno di una parte di essa, non solo una frase riportata nei comunicati stampa dei teatri.

Carlo Cecchi e Elsa Morante - da InternetCulturale.it
Sia chiaro, la mia non è una critica. Anche perché non è un obbligo essere interessati al teatro.
Tuttavia, gente, qui la faccenda è grossa. E meriterebbe un livello di attesa pari, se non superiore, a quello  giustissimo che sta crescendo per Django Unchained o The Master o il nuovo di Sorrentino. E invece? E invece no. Nessuno ne parla (a parte qualche giornale ma io vorrei degli appassionati, dei fan, se mi passate la parola) e nessuno twitta (non dico che si debba twittare per forza ma si twitta tantissimo di cinema, di libri, di musica, si twitta anche di opera lirica e quasi mai di teatro – leggete qua del tweet-gioco mai decollato sui "sopravvalutati" lanciato da @fattiditeatro). Anche il mio esperimento di tweet-quotes (al quale avevo accennato nel post precedente) non è andato bene, se si esclude un interesse tardivo, a tournée finita, da parte dello Stabile di Torino.
Negli ultimi tempi oltretutto vedo spesso teatri non pieni, anche per spettacoli importanti (Operette morali e Abbastanza sbronzo da dire ti amo? + Prodotto), e insomma sono un po' preoccupata per la mia nazione.

>> BLOG E TWITTER - A COLONO!
Alla mia nazione però voglio un sacco di bene e così da oggi fino al debutto e oltre  dal 17 gennaio a Torino, dal 30 a Roma dove probabilmente andrò a vederlo  proverò a comunicare questo spettacolo, qui sul blog e anche su twitter. Se non altro martellerò le coscienze dei pochi che abitualmente mi seguono e mi leggono. L'hashtag sarà #aColono. Tempo fa ne ho trovato un altro, #morante100, che alcune persone hanno usato per il centenario della nascita della scrittrice (di letteratura si twitta un sacco, come dicevo) e che pure potrebbe essere utile. Senza dimenticare il sempre valido, qui più che mai, #tweeteatro coniato da @fattiditeatro.

#aColono
(Do per scontato che si sappia chi sia Edipo o che comunque si sappia usare google per apprenderlo. Dal momento che quella di Elsa Morante è una parodia dell'Edipo a Colono, una spruzzata di Sofocle non fa male. Ma ci torneremo. Abbiamo deciso di comportarci da fan e i fan non si fanno mica scoraggiare da un po' di greco antico.)

>> UN FORESTIERO E UN CANTANTE. UN ATTORE
Questo post introduttivo è già piuttosto lungo quindi mi limito a proporre una suggestione trascrivendo pochi versi: li pronuncia Antigone, parlando del padre nel suo linguaggio da ragazzetta ignorante.

lui sa tutte cose che lui 
ha letto tuttiilibbri che laltra gente poco ne capisce che lui
mica è come laltra gente che è restata sempre al paese a magnà ricotta che lui
è stato da tutte parti allamerica e da tutte parti che lui è viaggiatore
che è stato pure comandante coi gradi di sergente che a casa ci tiene pure le mostrine che lui signò
s'è imparato le parlate di tutte parti che adesso lui per leffetto di quel penziero che lui tiene
ha preso un'altra parlata diferente che è pure di musica che pare un forestiero e un cantante»

Non è incantevole l'ultima frase, quella che ho riportato in grassetto? Non è la descrizione perfetta del miracolo che un attore, e specialmente un attore come Cecchi, compie sul palcoscenico? Prendere una parlata diferente che sembra musica e diventare un altro, diventare forestiero. Per effetto però di quel penziero che lui tiene, per effetto della disperazione, dell'allucinazione, della trasfigurazione della realtà. 

18 novembre 2012

Renata Litvinova al Festival del Film di Roma

Perché dopo il momento della scoperta e dell'innamoramento, quello dell'approfondimento e quello della produttività, per l'amante del cinema russo deve arrivare anche il momento da fangirl.

Renata Litvinova al Festival del Film di Roma
red carpet di Eterno ritorno: provini di Kira Muratova - 16 novembre 2012
(per gli amici russi - Рената Литвинова на кинофестивале в Риме)

foto scattate da Elena - risorse grafiche DDE

6 novembre 2012

theatre, Mickey Mouse, knives and big pricks

Riparte la stagione teatrale e torniamo subito a parlare di Abbastanza sbronzo da dire ti amo? di Caryl Churchill e Prodotto di Mark Ravenhill (@markravenhill) diretti da Carlo Cecchi. La ripresa di tournée ad Ancona ha portato sul palco del Teatro Studio uno Sbronzo un po' smorzato e incupito, anche per la presenza di un pubblico scarso, timido e spaurito. La potenza incontenibile dei bombardamenti romani del Sam di Tommaso Ragno (qui la mia intervista) probabilmente resta irripetibile.

Prodotto invece, che è divertente in modo molto più semplice e richiede meno acrobazie ad attori e pubblico, l'ho trovato in ottima salute. Rilassato, con improvvisazioni e deviazioni dal testo ben integrate e comico al punto giusto. Con una Amy (Barbara Ronchi *) più reattiva (ha persino detto mezza parola!) e più simpatica rispetto alla bambola muta di febbraio. E la trovata di scenografia che l'ha fatta sedere su un orrido trono pacchiano è bellissima. 
Come continuo a ripetere da settembre, poi, Prodotto è consigliatissimo per chi ha già visto a Venezia o ha intenzione di vedere quando uscirà The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair. Che a me, per inciso, è piaciuto (anche se bisogna dire che la tenerosità  oltre alla bravura, ovvio  di Liev Schreiber ha influito pesantemente sul mio giudizio). Ma è innegabile che ci sia un (potenzialmente ridicolo) pizzico di Amy nel personaggio di Kate Hudson.
___________
* Amy in realtà è il personaggio della sceneggiatura del film che le viene proposto, lei in base al testo di Ravenhill dovrebbe chiamarsi Olivia ma il nome non viene mai pronunciato.


Come credo sia parso evidente a chiunque sia andato a teatro per questi spettacoli, i testi (e le interpretazioni che ne danno gli attori) si prestano molto a giochi e citazioni. Anzi, se il teatro avesse qualche importanza nella vita di questo Paese (e se le tournée avessero più date, certo) alcune battute avrebbero le potenzialità per diventare tormentoni. Ho anche tentato (andando proprio a tentoni) di esportare questa giocosità su twitter ma non si trova mai nessuno che abbia voglia di chiacchierare e scherzare sul teatro. Ed è anche abbastanza deprimente constatare come la comunicazione messa in atto dai teatri per la promozione sia pari a zero.
Voglio dire, in America ci sono le presidenziali. Bastava un nulla per legare le due pièce all'attualità politica, divertirsi un po' e spargere briciole di curiosità negli spettatori potenziali. Quasi ovunque però vedo solo tristi news che si limitano a copiare il comunicato stampa. 

Sono disponibile per sperimentare forme di comunicazione teatrale. Mi volete?

Nel frattempo mi sfogo qui sul blog e un aspetto che mi è parso interessante esplorare è proprio quello delle locandine, dei poster, dei programmi di sala e dei materiali promozionali che le messe in scena in giro per il mondo di Drunk Enough e Product hanno generato. Le immagini sono importanti. E se parliamo di United States of America come in questo caso, le immagini e l'immaginario sono centrali.

Andiamo a vedere.

29 ottobre 2012

Estetica e documentario russo: Viktor Kosakovskij e Aleksandr Rastorguev

Sul numero 517 di Cineforum c'è l'articolo che ho scritto sulla retrospettiva dedicata a Nanni Moretti dalla 48esima Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e c'è un mio saggio sul cinema  documentario russo, o più precisamente su "L'estetica di Viktor Kosakovskij e Aleksandr Rastorguev", che può essere letto anche online. Sulla rivista di carta però ci sono le foto e ha un aspetto molto più grazioso.

È un approfondimento a cui tengo molto perché credo che Kosakovskij e Rastorguev siano due dei più straordinari registi oggi viventi (tra quelli che ho avuto la fortuna di conoscere) e vedere uno dei loro film ci mostra quanto sia spesso limitata l'idea che abbiamo dei documentari.

Li ho scoperti entrambi a Pesaro nel 2011 (ne avevo già parlato sul numero 507 di Cineforum e, in parte, anche su LoudVision) e la Wild Wild Beach di Aleksandr Rastorguev è stata uno dei miei più grandi traumi cinematografici. Un film di una violenza, linguistica e di contenuto, spaventosa. Alla fine della proiezione mi sembrava che il mondo fosse finito, non me la sentivo di uscire dalla sala.
Tender's Heat: Wild Wild Beach di Aleksandr Rastorguev
Come ho scritto l'anno scorso su Cineforum (citando anche le parole del regista), «Rastorguev filma ferite, animali morti, bambini che piangono, rapporti sessuali, litigate violente, persone ubriache, e non lo fa certo per semplice spirito curioso nei confronti della varietà antropologica che affolla una spiaggia del Mar Nero in un giorno d'estate. Una crudezza così profonda serve a Rastorguev per parlare "della struttura del potere, quella dell'uomo sull'animale, dell'adulto sul bambino, del marito sulla moglie o, più in generale, del governo sul resto della popolazione. Un rapporto che in Russia è molto animalesco"».

Di Viktor Kosakovskij (o Victor Kossakovsky) invece ho visto a Pesaro l'impressionante Svyato e pochi mesi dopo a Venezia il sorprendente ¡Vivan las antipodas!, un documentario che parla di forme e di Cosmo.
Svyato di Viktor Kosakovskj
Alla domanda cruciale "come si fa a vedere questi film?" sinceramente non so rispondere. Se riuscite a scovarli su Internet, buon per voi. Sarà sempre meglio di niente e magari fatemelo sapere ché io li ho visti una sola volta. Ma avrebbero tutti bisogno di uno schermo grande per essere compresi davvero.

19 ottobre 2012

Violetta, Manrico e Rigoletto: Verdi Web al Ravenna Festival

Se ti dicono «Ciao, possiamo farti entrare in un teatro mentre registi, cori, orchestre e cantanti stanno provando Traviata, Rigoletto e Trovatore: ti va?» può solo rispondere «SÌ!».

Così quando ho letto, grazie a un tweet del Teatro delle Albe, che il Ravenna Festival aveva lanciato il progetto Verdi Web rivolto a «giovani creativi» tra i 16 e i 28 anni per offrire loro la possibilità di «avvicinarsi all'esperienza teatrale e musicale attraverso un approccio personale di foto, video e testi», ho inviato la mia candidatura senza pensarci un attimo.

Per la sezione Scrittura si chiedevano, oltre al curriculum, esempi di lavori precedenti come «articoli, racconti, saggi, poesie, blog». Non avevo la minima idea di cosa mandare e ho linkato semplicemente i miei post dedicati al teatro.
La traviata - da ravennafestival.org
Dalla settimana scorsa sono una dei diciotto partecipanti al Verdi Web: visto che per me Ravenna non è dietro l'angolo (e visti soprattutto i costi dei biglietti ferroviari per arrivarci nonché degli eventuali letti per passarci una o più notti) ho dovuto reprimere la voglia di trasferirmi direttamente al Teatro Alighieri (molto bello, tra l'altro) e razionalizzare gli spostamenti. 

Sabato 13 ottobre ero lì per l'incontro introduttivo e per assistere a una parte delle prove di regia con coro del Trovatore. Questo fine settimana tornerò per la Traviata e la cosa mi rende particolarmente contenta perché ho da tempo una predilezione per Violetta Valéry.

I miei contributi sono raccolti qui. Oltre agli appunti più o meno giornalieri sulle prove dovremo, io e gli altri giovini, preparare un lavoro conclusivo sul quale non ho ancora le idee chiare. 
Spero che Violetta mi illumini.

5 ottobre 2012

L'uso della voce fuori campo nel documentario italiano da All'armi siam fascisti! a oggi

La fatina del Pesaro Film Fest si posa sul dvd di All'armi siam fascisti!
Come raccontavo qui, alla Mostra di Venezia c'è il Movie Village e dentro al Movie Village ci sono gli stand che vendono i dvd (e i blu-ray, precisiamo, ché sennò c'è gente che si irrita). 
I prezzi solitamente sono buoni quindi cadere nelle tentazioni dello shopping non è mai un grosso guaio. Quest'anno però avevo pochissima voglia di spendere soldi e ho ceduto solo l'ultimo giorno con RaroVideo. 

Confusa tra le tante belle cose tra cui pescare (oh quel Cassavetes che non vedo da anni e oh quel Fassbinder che mi manca oh se compro un film mi regalano pure la maglietta), ecco che mi appare la fatina del Pesaro Film Fest* a salvarmi dall'indecisione indicandomi il dvd di All'armi siam fascisti!, documentario diretto nel 1961 da Lino Del Fra (di anni 34), Cecilia Mangini (di anni 34 pure lei) e Lino Micciché (di anni 27).

Micciché in vita sua ha fatto molte altre cose utili tra le quali fondare nel 1965 (e quindi all'età di anni 31) il mio festival preferito – e questo spiega appunto l'apparizione della fatina nello stand di RaroVideo.

21 settembre 2012

Chiaro di luna e libero pensiero*, ovvero come salvarsi a Venezia (nonostante la vip area)

Ho cominciato il resoconto veneziano troppe volte. Prima era un post piagnucoloso e troppo personale che contemplava sconsolato le incertezze del (mio) futuro, poi voleva essere completamente cine-critico e rischiava di non finire mai, infine s'è confuso da solo e non sapeva più che strada prendere.

Quindi per evitare di esaurire settembre senza aver scritto almeno qualche riga, si fa così: intanto un racconto dell'esperienza festivaliera a beneficio dei miei pochi ma affezionati lettori abituali e poi altri post più strettamente cinematografici anche per chi arriva qui per caso o via google ed è interessato non a me ma ai miei soliti argomenti, ovvero soprattutto documentari, film russi e attori.
Segnalo già ora il diario che ho scritto per LoudVision durante il festival.

E come per il resoconto di Pesaro, procedo per punti.

Il retro della zona Mostra

24 agosto 2012

Servilliadi

No, non parlo delle Olimpiadi.
Non parlo di quei giochi sportivi che ci hanno salvati tutti dalla noia d'agosto e che sono stati inaugurati da quella ormai famosa cerimonia capace di regalare ore di profondo godimento a chi crede e ha sempre creduto in alcuni dogmi, tipo "Period Stuff is Fun", "British Stuff is Love", "Kenneth Branagh is God" e "J. K. Rowling is J. K. Rowling".

No, qui parliamo di Servilliadi. Perché quest'anno, per la prima volta, facciamo sul serio. Si gioca per vincere.
Come ormai tutti saprete, l'attore italiano Toni Servillo è nel cast di ben due film in concorso alla 69esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: Bella addormentata di Marco Bellocchio e È stato il figlio di Daniele Ciprì (tratto da un romanzo di Roberto Alajmo che ho trovato bellissimo).
Nel 2010 c'era Noi credevamo, è vero, ma Servillo non era protagonista e non giocava davvero per vincere. Quest'anno sì. Per la prima volta.

Oltre ad una ovvia rilevanza positiva nella carriera del suddetto attore, l'evento avrà una pericolosa risonanza destabilizzante nella mia vita psichica e fisica.
Per spiegare il motivo (no, non è solo perché mi piace Servillo) parto da un tweet molto bello letto per caso:

16 agosto 2012

to the theatre

In un certo senso, era chiaro fin dall'inizio. La stagione 2011/12, per me, era cominciata con Blackbird: un limpido indizio del fatto che l'Inghilterra avrebbe giocato un ruolo importante nelle esperienze teatrali di quest'anno.
E allo stesso tempo, per la prima volta e inaspettatamente, essere nata nella piccola e negletta regione chiamata Marche si è rivelato un enorme vantaggio.

(Ri)partiamo dall'inizio.

La prima stazione  oddio, così sembra una Via Crucis... beh insomma, la prima tappa di questa season è stato appunto l'incontro con Ray e la piccola Una: 
· Blackbird di David Harrower - regia di Lluís Pasqual, con Anna Della Rosa e Massimo Popolizio (Teatro India di Roma) / recensione
Un incontro bello, per molti motivi. Perché ha inaugurato la nostra  speriamo lunga  serie di quick trips romani a scopo teatrale. Perché ci ha fatto incontrare di nuovo la nostra bella e dolce Anna alla quale non potrò mai pensare senza commuovermi di gioia profonda. Perché, al di là del fatto teatrale che pure abbiamo apprezzato, quella è stata una giornata deliziosa.
I nostri piedi per le strade di Roma, diretti verso il teatro
A seguire, l'evento teatrale dell'anno (come l'ha definito una persona per me molto importante che mi legge sempre e mi rimprovera pure se ciò che scrivo non rende l'idea) di cui tanto ho parlato. Di nuovo due testi di autori inglesi:
· Abbastanza sbronzo da dire ti amo? di Caryl Churchill - regia di Carlo Cecchi, con Carlo Cecchi e Tommaso Ragno (Teatro Vascello di Roma) / intervista a Tommaso Ragno
· Prodotto di Mark Ravenhill - regia di Carlo Cecchi, con Carlo Cecchi e Barbara Ronchi (Teatro Vascello di Roma)

3 agosto 2012

Di noia e di cinefilia

Il mio motto di questi giorni è "resta concentrata, non deprimerti e sopratutto fai passare Ferragosto".

Ciò deriva in parte dall'inutilità congenita di questo mese: se stai già pensando ai biglietti per questa cosa qui e il pensiero di quest'altra cosa ti toglie il respiro, e se stai aspettando questo, questo, questo, quest'altro e quest'altro ancora e infine questo qua (oltre a una serie di risposte dalla tua vita, ma queste non son cose da blog) agosto è un puro intralcio afoso.
Inoltre prima di parlare di alcune faccende importanti, tipo la stagione teatrale appena passata o la Mostra di Venezia che sta arrivando, vorrei aspettare di avere delle conferme (positive o negative, ci sarà modo di spiegare) e di conoscere alcuni dettagli senza i quali i miei post sarebbero incompleti.
E allora? Come lo occupiamo agosto? Di che parliamo?

keep-calm-hp.tumblr.com
Lo spunto me lo dà Francesco con un tweet sulla cinefilia dal quale si è sviluppata una micro-discussione.
Secondo la mia interpretazione, ciò che più mette in pericolo la psiche del cinefilo è la monomania; Francesco teme il narcisismo.
In entrambi i casi i problemi nascerebbero insomma dalla chiusura mentale, declinabile in un approccio verso il mondo del tipo "io so' io e voi non siete un cazzo" oppure "conta solo l'arte che piace a me e tutto il resto è noia".

Ripensando alla mia esperienza, credo che queste derive si verifichino in particolare nei cinefili più giovani. Poi passa. Semplicemente perché di solito la mente si apre in modo naturale con la crescita e generalmente la passione per il cinema è un buon punto di partenza per percorrere anche altre strade e fare gradualmente nuove scoperte.

Il problema è che è molto facile essere appassionati di cinema: il cinema ti entra in casa con la tv e oggi con Internet. Le altre arti, tranne forse i libri (purché in casa tua qualcuno legga) e in parte la musica, devi andartele a cercare fuori con maggior dispendio di energie, tempo e denaro. E bisogna pure che qualcuno ti ci guidi.

Quand'ero una giovine studentessa ventunenne cinefila che cominciava a cimentarsi con lo scrivere di cinema, mandai due recensioni – una su The Village di Shyamalan, l'altra su Cachè di Haneke – al mio professore di storia del cinema perché era l'unico critico cinematografico che conoscessi di persona e desideravo avere un parere.
I suoi consigli per migliorare la mia scrittura furono questi: «leggi dei buoni libri (e delle buone, lunghe recensioni) sul cinema» ma soprattutto «fai altre letture, visita mostre, ascolta musica e assisti a spettacoli teatrali», «leggi ogni giorno almeno un giornale quotidiano, occupati del mondo in cui viviamo e frequenta la scrittura di chi sa bene rappresentarlo».

Al di là dei deliri di onnipotenza dei diciottenni che si sentono come il primo uomo sulla Luna quando scoprono gente come Hitchcock (siete pienamente giustificati, diciottenni, non vi preoccupate) e non riescono a ipotizzare l'esistenza di nient'altro su cui posare occhi e mente, una certa resistenza a guardare al di là dello steccato permane anche ai gradi più alti del sapere e della discussione critica.
Mi ha fatto riflettere, ad esempio, leggere nel volume su Nanni Moretti edito in occasione della Mostra di Pesaro queste considerazoni sul teatro (l'ho citate anche nel mio articolo che uscirà su Cineforum in autunno): Pierre Sorlin, riferendosi ad Habemus Papam, parla del teatro come dell'«ambito dove tutto diventa più facile perché tutto è già segnato, le domande e le risposte, i ruoli e i comportamenti».
Io vado a teatro con consapevolezza da appena tre anni, Sorlin insegna alla Sorbona: lungi da me contraddirlo. 
Ma professor Sorlin, guardiamoci negli occhi: se il teatro fosse realmente quel posto dove "tutto è già segnato", perché mai quest'arte avrebbe resistito per millenni? Si sarebbe estinta molto tempo fa, uccisa dalla propria stessa noia.
C'è sicuramente un tipo di teatro che non rischia e funziona come una recita triste di battute già scritte ma il teatro vero è tutt'altro, è qualcosa che esiste per un attimo e non esisterà mai più, è qualcosa che non sai come e dove finirà e quale percorso farà per arrivarci. È una cosa viva: non ha le domande e le risposte già segnate, proprio no.
E il discorso mi convince poco anche se riferito solo a Habemus Papam.
Idee? Pareri?

Riguardo al pericolo di chiudersi troppo nella propria area di interesse, aggiungerei infine le parole di una persona saggia. Che parla di teatro, perché quella è la sua area, ma è un ragionamento che si può allargare.
«Credo che il teatro – dice la persona saggia – sia una cosa importante nella vita, ma una piccola cosa importante NELLA vita e che ci deve dare consolazione, illuminare l'intelligenza, riscaldare il cuore. Ma non è una chiesa, non è una religione, non è un credo, non è una scienza, non è una fede».

Insomma gente, dobbiamo occuparci delle cose del mondo e studiare. Tanto e tutto. Con gioia. Anche a Ferragosto, ché così magari passa più in fretta.
Perché ricordiamoci sempre che senza un'amica studiosa come Hermione il piccolo Harry sarebbe morto durante il primo anno di scuola.

17 luglio 2012

Pesaro, il Santo Padre e la bimbapesce

Ponyo al Pesaro Film Fest
Partiamo dalle etichette. Dopo un post sugli "amori infelici" (anche se io con quel post volevo dare speranza...) inauguriamo col consueto resoconto dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro l'etichetta "amori felici".
Quand'è che un amore è felice? Quand'è corrisposto, lo sanno anche i bambini.
Ebbene, Pesaro ha detto che mi ama e quindi, per una volta, tanti sorrisi e niente cuori spezzati.

In questo luogo pieno di film e pieno di gioia ho portato per l'edizione 2012 ben due amici pesci, Elena e Francesco. Più una bimbapesce molto famosa che si è prestata per un servizio fotografico sulla panchina dei pensieri.

Cose scritte e da scrivere: Come al solito mi sono accreditata grazie a Cineforum e per loro sto scrivendo un articolo sulla retrospettiva dedicata a Nanni Moretti.
Nel frattempo ho pubblicato un po' di roba anche su LoudVision: la presentazione del programma, la conferenza stampa pesarese, l'incontro con Nanni, quello con Simone Massi, i documentari italiani, Barbara di Christian Petzold ma soprattutto i cortometraggi russi.
Manca ancora qualcosa sulla bellissima retrospettiva Oberhausen ma prima devo finire di studiare.

Cose succose part1 / Nanni: L'arrivo del Santo Padre era previsto per venerdì 29 giugno, giorno dell'inaugurazione della mostra fotografica con le foto dai suoi set. Non avevamo ben capito dove si trovasse la galleria che ospitava la mostra e così per arrivare più facilmente alla meta abbiamo applicato l'infallibile metodo (già sperimentato a Recanati con Capitta) "Segui il VIP e di sicuro non sbagli strada" mettendoci a pedinare Gianluca Arcopinto e Vinicio Marchioni.
All'inaugurazione si poteva entrare solo con invito (e la capienza dei locali comunque aveva un limite naturale che in giornate di caldo spaventoso è meglio non forzare), così abbiamo sbirciato dall'esterno per poi tornare a visitare con calma la mostra il giorno dopo.
Alcune foto già note, alcune molto belle. E sempre bellissimo Nanni.

29 giugno 2012

Lasciami entrare

In realtà bisognerebbe parlare di un mucchio d'altre cose ma non ho tempo (domani c'è Nanni Moretti a Pesaro, per dire) quindi sfrutto questo post pronto da settimane che aspettava il momento giusto. Non è esattamente il momento giusto ma ho bisogno di qualcosa per riempire il mese di giugno. Ed è comunque un post che discute questioni per me importanti. 
E dunque, ecco qua.
__________

S'è detto che parla di meccanismi. Vero.
S'è detto che parla (ai bambini, soprattutto) di amore per il cinema, di cinema come sogno, di passione per il cinema delle origini, di entusiasmo verso la riscoperta e la conservazione di quel cinema. Vero, vero.

S'è detto che non è abbastanza.
S'è detto che s'allontana (molto? troppo?) dai suoi film precedenti. È vero, certo.

S'è detto che parla di un argomento già presente nei suoi documentari. Questa è la cosa più vera di tutte, ma l'argomento più succoso di Hugo Cabret non è il cinema o la sua storia. No, no.
L'argomento è uno solo, è l'amore. Ma non quello per il cinema, troppo facile amare una cosa.
Quello per le persone. Che in questo caso sono artisti/cineasti ma restano sempre e comunque delle persone.
Nel documentario A Letter to Elia (ne avevo parlato in questo post) Martin Scorsese ipotizzava un modo per esprimere il proprio amore verso un artista, nello specifico a Elia Kazan: fare (altra) arte, continuare a fare cinema.
A me quella proposta era sembrata affascinante ma poco praticabile e soprattutto frustrante e poco soddisfacente. Era un modo per sublimare l'amore (che cosa noiosa, vero Sally?), al massimo per comunicarlo, non per amare davvero. Non per volere e fare realmente il bene dell'altro.
Hugo Cabret mostra invece una strada molto più divertente, certamente più difficile, immensamente difficile, ma di sicuro più completa. 
Lo fa attraverso il personaggio di René Tabard.
Tabard ama Georges Méliès.
E cosa fa? Si mette a girare film? No! Va a casa del suo amore e lo rende felice.
Non è bellissimo? 


Sento già le obiezioni.
Scorsese ha indicato questo sistema in un film di finzione proprio perché sa che non è attuabile. Méliès oltrettutto è morto, quindi è solo un sogno realizzato proprio attraverso il cinema (e siamo punto e da capo come con Kazan). Scorsese non avrebbe mai potuto fare fisicamente ciò che fa Tabard nel film: entrare a casa dell'amato, conoscerne la moglie, farla sorridere e poi fare a lui, e quindi pure a lei, un grande dono.
E se anch'io amo un artista morto? Come faccio a renderlo felice? E se amo un artista vivo che però abita all'altro capo del mondo? E se non so proprio dove abita? Come posso andare a casa sua? E se non mi vuole conoscere? E se mi spara? Se mi odia?
E se anche mi fa entrare come faccio a capire cosa potrebbe renderlo felice? E se lo capisco ma poi non sono capace di donarglielo? Tabard in fondo s'era trovato in una posizione casualmente privilegiata. Diciamo pure che ha avuto una gran botta di culo.

Sono obiezioni giuste. Infatti ho detto che si tratta di una strada immensamente difficile. Certamente c'entra pure il caso, la fortuna, chiamatelo come vi pare. Ma carissimi lettori, stiamo parlando d'amore. Quando mai non c'è entrato il caso? Quando mai non è servita un po' di fantasia?
Quando mai è stato facile amare qualcuno?
Immensamente difficile, molto doloroso ma non impossibile.
Anche in un caso strano e quasi incredibile, come quello esemplificato per noi dal fan Tabard e dall'artista Méliès. Fidiamoci.
Fidatevi.

12 maggio 2012

Non è esatto, siete stati voi a spaventare lui

Hanno consegnato i David, il mese prossimo c'è il festival di Pesaro, è uscito il film di Gianni Amelio (in 70 tristissime copie e perciò devo ancora vederlo), hanno rimandato l'uscita in sala dei film di Matteo Garrone e Bernardo Bertolucci (e perciò sto soffrendo come un cane bastonato). Sarebbe proprio il momento di parlare di cinema. Tanto poi tra fine maggio e inizio giugno potrei scrivere il solito post cumulativo sulle esperienze teatrali della stagione. Però. Però il 28 aprile ho visto le Operette morali di Mario Martone al Teatro Persiani di Recanati. È stata un'esperienza interessante e divertente, non solo dal punto di vista teatrale. E visto che non tocca cose troppo personali, insegna moooolte cose (come la storia delle ostrichette di Pinco Panco e Panco Pinco) e fa anche un po' sorridere, è un'esperienza che si può raccontare su un blog.

Teatro Persiani di Recanati, dal palchetto
I biglietti per le Operette morali, in scena a Recanati dal 26 al 28 aprile, sono stati messi in vendita solo il 6 aprile e questo ha suscitato in me una notevole quantità d'ansia:  e se non si trovano? E se l'artistocrazia recanatese se li mangia tutti? (Ho sempre molta paura delle aristocrazie dei piccoli paesi.) E se non riusciamo a comprarli?
E invece va tutto bene, il 6 aprile compriamo i biglietti (io e Elena, al solito) e scopriamo che in questa parte di tournée recita anche Paolo Graziosi, da noi adorato qualche anno prima nella Trilogia della villeggiatura (ma anche sullo schermo grande e persino su quello piccolo). Altro motivo che ci spinge a teatro è la presenza di Renato Carpentieri. E poi c'è Roberto De Francesco che vabbè, non sarà tra i nostri preferiti, ma lo conosciamo da anni, è bravo e ci fa piacere vederlo recitare finalmente dal vivo.

11 aprile 2012

Il David e la noia

È arrivato aprile e non ho ancora dedicato un solo momento delle mie giornate a pensare ai David di Donatello. Ciò è grave. E se non è grave, è strano. L'anno scorso ero così entusiasta.
E se non è strano, allora dev'esserci un motivo.
E infatti, più d'uno: innanzitutto Toni Servillo quest'anno non ha fatto film (beh, li ha girati ma non sono ancora usciti), in secondo luogo a Venezia ho quasi completamente ignorato la programmazione di Controcampo italiano (ora abolita) che gli anni passati era stata invece un prezioso serbatoio davidesco (ho visto solo Cavalli tra quelli di Controcampo – perché period stuff is fun – ma non mi è piaciuto); infine, alcuni dei film italiani che ho visto nel 2011/12 erano francamente brutti.
Fortunatamente questa noia da cinema italiano finirà presto perché stanno per uscire Gianni Amelio, Matteo Garrone e Bernardo Bertolucci.
Se ne riparlerà, ora torniamo al David. Visto che domani sputano fuori le nomination, è bene andare a vedere cosa passa il convento e magari fare qualche pronostico. Tanto per chiacchierare.

Film visti
- Cavalli di Michele Rho – sì ok, bellino e ben fatto ma troppo fintomoderno, specialmente nel linguaggio. In sostanza, finto e basta. Costumi e scenografie prendeteli in considerazione, ci hanno lavorato e si vede. Anche la musica non era male.
- Habemus Papam di Nanni Moretti – bellobellissimo. Tutto candidabile. Attore non protagonista Dario Cantarelli, vi prego.
- Io sono Li di Andrea Segre – molto carino, un po' troppo dolce forse. Se non vi pare troppo ovvio, candidate la fotografia di Luca Bigazzi.
- Missione di pace di Francesco Lagi – cast sbagliato, come ho provato a dire qui. Da candidare... direi nulla.
- Notizie degli scavi di Emidio Greco – beh, io Greco lo amo ma non penso abbia speranze.
- Quando la notte di Cristina Comencini – no, dai.
- Ruggine di Daniele Gaglianone – brutto, purtroppo. Ho trovato credibile solo la parte di Stefano Accorsi, il che è tutto dire. Valerio Mastandrea disastroso.
- Terraferma di Emanuele Crialese – a Crialese volevo bene assai ma ha perso molti punti di stima quando l'ho visto reagire malissimo all'unica critica/contestazione che gli è stata fatta a Venezia in conferenza stampa. Se volete solo gli appalusi, carissimi registi, i vostri film proiettateli nel salotto di casa alla presenza di mamma, papà e parenti stretti. Terraferma brutto non è ma... Non merita premi, credo.
- This Must Be the Place di Paolo Sorrentino – speriamo becchi qualcosa.

Documentari visti
- 394 - Trilogia nel mondo di Massimiliano Pacifico – è il doc sulla Trilogia della villeggiatura, quindi non chiedete a me di essere obiettiva. Max Pacifico l'ho anche intervistato.
- Il silenzio di Pelesjan di Pietro Marcello – se vale qualcosa, vale perché un solo fotogramma di Artavazd Pelesjan ti fa dire "ho visto tutto, il cinema non può andare oltre, posso morire felice".
- Piazza Garibaldi di Davide Ferrario – sì, bello. Merita candidatura.
- Questa storia qua di Alessandro Paris e Sybille Righetti – come dicevo qualche tempo fa...

2 aprile 2012

spielt dann der Engel

Di solito è un tipo di post molto semplice: linko l'intervista, spiego perché sono contenta di averla realizzata e stop.
L'avevo fatto per Marco D'Amore, l'ho fatto più di recente per Ursula Patzak.
Stavolta però è diverso, è complicato trovare le parole. 
È una storia che comincia qui ma non è possibile spiegarla per intero su queste pagine virtuali.
Intanto il link:


Di Tommaso a dire il vero ho parlato spesso: è un attore impressionante, un uomo bellissimo e una persona meravigliosa
Non sono complimenti. Non sono aggettivi messi a caso per far rumore e far capire che sono fan. 
Prendiamo proprio il dizionario: impressionante = che fa viva impressione sull'animo, che turba, che colpisce la fantasia, che impressiona fortemente suscitando nell'animo paura e sgomento;  
meraviglioso = che suscita meraviglia, stupita ammirazione, che lascia sbigottiti.
Per definire la bellezza il dizionario non è sufficiente. Andiamo da Rainer Maria Rilke.
«Perché il bello non è che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora, lo ammiriamo anche tanto, perch'esso calmo, sdegna distruggerci.» (Elegie duinesi, Prima elegia).
Tommaso Ragno - fotografia di Achille Le Pera
Solitamente non scrivo di teatro, esclusi i pensieri raccolti sul blog (e alcuni articoli per un quotidiano locale online, ma niente di particolarmente specifico). Proprio per imparare e far pratica mi sono unita da pochissimo a Krapp's Last Post. LoudVision però ha una rubrica di teatro che, quand'è possibile, cerco di valorizzare e sarebbe stato sciocco non scrivere qualcosa su Abbastanza sbronzo da dire ti amo? di Carlo Cecchi. 
Quando ci ho provato mi sono accorta che la mia esperienza di quello spettacolo si era intrecciata in maniera strettissima alle chiacchierate fatte con Tommaso, ai suoi racconti, al fatto di aver giocato con le battute di quei testi (Abbastanza sbronzo ma pure Prodotto di Ravenhill). Allora ho pensato che sarebbe stato molto meglio far parlare lui. Mi sembrava importante portare le sue parole a più persone.
E così, l'intervista. Consiglio davvero di leggerla.

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Non ho ragione se ho voglia
d'aspettare dinanzi al palcoscenico delle marionette?
Ma che dico
aspettare, no, farmi tutt'occhi, tanto
che là per corrispondermi, un Angelo
ha da entrare come burattinaio a tirar su i pupazzi.
Angelo e marionetta: allora finalmente c'è spettacolo.
Allora ecco s'aduna, quel che sempre,
esistendo, disgiungiamo - Allora, solo allora
dalle nostre stagioni si compone il cerchio
della piena evoluzione. Alto, sopra di noi
recita allora l'Angelo.
(Quarta elegia)

14 marzo 2012

Dig and dig and dig and diggety

Sembra brutto scrivere un post della categoria "cose brutte" dopo due post dedicati a cose così belle. Per proteggere le cose belle, però, è necessario anche guardare in faccia e indicare con chiarezza quelle brutte. 
E allora, coraggio.

Pensavamo di aver toccato il fondo con quello che credeva di poter recitare Shakespeare perché aveva comprato i dvd della BBC in edicola con l'Espresso. 
In effetti l'avevamo toccato ma ora con Stefano Accorsi cominciamo a scavare.
Accorsi è appena stato a Recanati con la rivisitazione dell'Orlando Furioso diretta da Baliani (evito di commentare perché non ho visto lo spettacolo MA... vabbè). 
Il sito del Comune di Recanati ci informa che il sindaco, entusiasta della sua «accattivante» (!!!) interpretazione dei versi di Ludovico Ariosto, amerebbe vederlo alle prese con Giacomo Leopardi.
E cosa ha risposto Accorsi?
«A Leopardi mi lega l’esame di maturità. Mi ero preparato studiandolo bene perché era l’autore pronosticato per il tema di italiano. Poi non uscì ma mi è rimasta una buona base. Chissà che non possa nascere qualche progetto…». 

Io a scuola avevo studiato piuttosto bene anche Amleto. Avevo ottimi voti in inglese. Dite che posso interpretare Ofelia?

Caro Accorsi, affermare che puoi recitare Leopardi perché l'avevi studiato per il tema d'italiano è come «cercare di dimostrare che i mobili hanno un'anima» (come mi disse una persona molto bella parlando di un'altra cosa brutta).

(Per inciso, a Recanati sta arrivando questa cosa qui. Ma magari Renato Carpentieri non è abbastanza accattivante.)

2 marzo 2012

amo quando dici questa parola

Carlo Cecchi e Tommaso Ragno - da elfo.org
Non avevo capito niente. L'ho pensato dopo aver visto (e ascoltato) Abbastanza sbronzo da dire di amo? con Carlo Cecchi e Tommaso Ragno al Teatro Vascello di Roma sabato 25 e domenica 26 febbraio.
Non avevo capito le potenzialità del testo, mi dicevo. E meno male che ci sono questi due genii meravigliosi a darmi una bella lezione di interpretazione e scrittura teatrale.

Poi ho riletto ciò che avevo scritto qui e mi sono resa conto che in realtà avevo capito piuttosto bene: «Non ci sono indicazioni, solo dialoghi molto spezzati che tuttavia spesso si portano dietro un bagaglio sterminato di significati possibili. Quanta storia c'è dietro un verso che dice "pursuit of happiness" o "Ellis Island"?»
Mi era chiara la possibile immensità di senso di ogni singola parola partorita da Caryl Churchill. Non avevo pensato però che quell'immensità mi sarebbe arrivata addosso. Avevo capito che dal testo potevano nascere acrobazie fisiche e verbali, comiche e mentali, tragiche e musicali ma vederle prender carne su un palcoscenico rende tutto molto, molto più chiaro.
E soprattutto mi ero concentrata troppo sui contenuti, sottovalutando la principale funzione di un testo teatrale che è quella di far suonare gli attori. Avevo sottovalutato la potenza semplice dell'esecuzione che è centrale sempre, anche in una pièce politica e non realistica come questa.

Proviamo a fare un esempio: la Churchill va da un punto A a un punto B in (diciamo) cinque battute. Ogni battuta è formata da una manciata di parole apparentemente neutre. Affiora appena un velo d'ironia.
Tra una parola e l'altra, nulla. Nessuna indicazione.
Il genio di Cecchi e Ragno sta nel capire come dare carne allo spazio che separa A e B (con i gesti, i movimenti, il ritmo verbale/musicale e fisico della recitazione e chi più ne ha più ne metta) per far sì che la battuta B scoppi sul pubblico con la giusta violenza.
Chi era domenica al Vascello e ricorda la battura di Guy «è sfibrante tutta questa eccitazione», mi può capire. Quella battuta è nel testo, l'ha scritta la Churchill nel 2006, «exhausting being so thrilled». Ma finché stava sulla pagina non significava nulla, era morta. Su quel palcoscenico, domenica, per il modo in cui Cecchi l'ha pronunciata e soprattutto come effetto di ciò che Sam/Ragno aveva appena fatto in modo perfetto, spericolato e spettacolare, la battuta lanciata verso il pubblico significava «oddio... datemi 'na mano voi, 'n ce la faccio più con questo qua...». E faceva ridere tantissimo. Per non parlare della nostra passione fulminante per il «t' piace?» di Tommaso nato dal normalissimo «you like it?» scritto dall'autrice.
A questo punto uno si domanda se sia più genio la Churchill a scrivere così, il traduttore Giorgio Amitrano ad aver fatto il passaggio linguistico o Cecchi e Ragno per averne saputo cogliere ogni possibilità. Sarà un misto delle tre cose. Ma poi chissenefrega.

Per un unico motivo si va a teatro (o al cinema, o ai concerti, o *in molti altri posti*): perché la propria vita cambi, per provare uno stupore così forte da star male, per innamorarsi, per trovare anche solo un pensiero nuovo o vederlo brillare sotto una luce imprevista. Tutto il resto sono spettacoli (o film, o *altre cose*) carini, belli o anche molto belli. Però lasciano la tua vita com'era prima, e allora in fondo è tempo sprecato (anche se piacevolmente impiegato).
Per questo amo il Pesaro Film Festival. Perché l'ho seguito per tre anni e per tre volte ho visto cose che m'hanno rivoltata come un guanto.
Ma torniamo a Cecchi e Ragno.

29 febbraio 2012

Bombardare, bombardare

Niente, è che non volevo lasciar finire febbraio senza un post...
Poi ne parlo meglio a marzo. Appena trovo le parole.
È sfibraaaante tutta questa eccitazione.

Abbastanza sbronzo da dire ti amo? - Carlo Cecchi e Tommaso Ragno - da elfo.org

31 gennaio 2012

Drunk enough?


Le stagioni teatrali fanno ciò che vogliono e ti portano cose che non ti aspettavi. Se la scorsa stagione aveva donato fiabe e pupazzi animati, la presente sembra prendere decisamente la via della drammaturgia britannica contemporanea.
Dopo David Harrower, ecco Caryl Churchill e Mark Ravenhill.
Carlo Cecchi sta infatti per portare in scena – prima al Teatro Vascello di Roma, poi all'Elfo di Milano – Abbastanza sbronzo da dire ti amo? della Churchill e Prodotto di Ravenhill. 
La mia attenzione è stata inizialmente catturata dallo Sbronzo per la presenza di Tommaso Ragno. Non che Cecchi non sia degno d'attenzione, OVVIO che lo è, ma dovendo scegliere, tra i due spettacoli avrei pescato la Churchill. Invece pare che le due pièce siano abbinate e insomma se vedi una vedi pure l'altra, e insomma, se – come spero – andrò al Vascello dovrò studiare anche Ravenhill.
Visto che però intanto ho studiato lo Sbronzo, parliamo dello Sbronzo.

More about Drunk Enough to Say I Love You?Il testo è curioso, sembra impossibile da mettere in scena: Guy è innamorato in modo malsano di Sam. Il problema è che Guy è un uomo (presumibilmente europeo) ma Sam è un Paese. Sam è l'America. E come si fa a intepretare un Paese?
Non ci sono indicazioni, solo dialoghi molto spezzati che tuttavia spesso si portano dietro un bagaglio sterminato di significati possibili. Quanta storia c'è dietro un verso che dice "pursuit of happiness" o "Ellis Island"?
Il testo è anche inquietante perché, superata l'impressione più superficiale della solita critica antiamericana, si comincia a pensare che è terribile usare l'amore come metafora del rapporto di potere tra l'America e gli uomini. Ed è davvero così? Oppure, al contrario, è il rapporto di potere a essere usato come metafora di un rapporto d'amore?

Nel frattempo ho visto J. Edgar, un film di Clint Eastwood che rappresenta il cinema come una bugia sporchissima. Nell'America di Edgar, quando la realtà sfugge di mano e diventa troppo complicata, si prendono le persone e le si portano al cinema. E il cinema, attraverso le proprie immagini finte, spiega qual è la verità nella quale bisogna credere. E allora tutti nel buio delle sale, zitti e obbedienti, a tifare per il criminale o per il poliziotto o a commuoversi per poi sentirsi migliori e un po' più tranquilli.
 Anche noi però siamo in una sala cinematografica, a guardare proprio un film americano. Diretto da Clint Eastwood, la figura più cinematograficamente americana che esista.
Anche noi ci stiamo facendo raccontare delle bugie, come i cittadini/sudditi di Edgar? Anche noi siamo innamorati persi del Sam di Caryl Churchill e non ce ne rendiamo nemmeno conto?