2 marzo 2012

amo quando dici questa parola

Carlo Cecchi e Tommaso Ragno - da elfo.org
Non avevo capito niente. L'ho pensato dopo aver visto (e ascoltato) Abbastanza sbronzo da dire di amo? con Carlo Cecchi e Tommaso Ragno al Teatro Vascello di Roma sabato 25 e domenica 26 febbraio.
Non avevo capito le potenzialità del testo, mi dicevo. E meno male che ci sono questi due genii meravigliosi a darmi una bella lezione di interpretazione e scrittura teatrale.

Poi ho riletto ciò che avevo scritto qui e mi sono resa conto che in realtà avevo capito piuttosto bene: «Non ci sono indicazioni, solo dialoghi molto spezzati che tuttavia spesso si portano dietro un bagaglio sterminato di significati possibili. Quanta storia c'è dietro un verso che dice "pursuit of happiness" o "Ellis Island"?»
Mi era chiara la possibile immensità di senso di ogni singola parola partorita da Caryl Churchill. Non avevo pensato però che quell'immensità mi sarebbe arrivata addosso. Avevo capito che dal testo potevano nascere acrobazie fisiche e verbali, comiche e mentali, tragiche e musicali ma vederle prender carne su un palcoscenico rende tutto molto, molto più chiaro.
E soprattutto mi ero concentrata troppo sui contenuti, sottovalutando la principale funzione di un testo teatrale che è quella di far suonare gli attori. Avevo sottovalutato la potenza semplice dell'esecuzione che è centrale sempre, anche in una pièce politica e non realistica come questa.

Proviamo a fare un esempio: la Churchill va da un punto A a un punto B in (diciamo) cinque battute. Ogni battuta è formata da una manciata di parole apparentemente neutre. Affiora appena un velo d'ironia.
Tra una parola e l'altra, nulla. Nessuna indicazione.
Il genio di Cecchi e Ragno sta nel capire come dare carne allo spazio che separa A e B (con i gesti, i movimenti, il ritmo verbale/musicale e fisico della recitazione e chi più ne ha più ne metta) per far sì che la battuta B scoppi sul pubblico con la giusta violenza.
Chi era domenica al Vascello e ricorda la battura di Guy «è sfibrante tutta questa eccitazione», mi può capire. Quella battuta è nel testo, l'ha scritta la Churchill nel 2006, «exhausting being so thrilled». Ma finché stava sulla pagina non significava nulla, era morta. Su quel palcoscenico, domenica, per il modo in cui Cecchi l'ha pronunciata e soprattutto come effetto di ciò che Sam/Ragno aveva appena fatto in modo perfetto, spericolato e spettacolare, la battuta lanciata verso il pubblico significava «oddio... datemi 'na mano voi, 'n ce la faccio più con questo qua...». E faceva ridere tantissimo. Per non parlare della nostra passione fulminante per il «t' piace?» di Tommaso nato dal normalissimo «you like it?» scritto dall'autrice.
A questo punto uno si domanda se sia più genio la Churchill a scrivere così, il traduttore Giorgio Amitrano ad aver fatto il passaggio linguistico o Cecchi e Ragno per averne saputo cogliere ogni possibilità. Sarà un misto delle tre cose. Ma poi chissenefrega.

Per un unico motivo si va a teatro (o al cinema, o ai concerti, o *in molti altri posti*): perché la propria vita cambi, per provare uno stupore così forte da star male, per innamorarsi, per trovare anche solo un pensiero nuovo o vederlo brillare sotto una luce imprevista. Tutto il resto sono spettacoli (o film, o *altre cose*) carini, belli o anche molto belli. Però lasciano la tua vita com'era prima, e allora in fondo è tempo sprecato (anche se piacevolmente impiegato).
Per questo amo il Pesaro Film Festival. Perché l'ho seguito per tre anni e per tre volte ho visto cose che m'hanno rivoltata come un guanto.
Ma torniamo a Cecchi e Ragno.

Più vado a teatro e più mi si manifesta l'inutilità di parlarne. Anche se continuo comunque a farlo.
L'anno scorso sul quaderno che raccoglie (tra le altre cose) i mie sfoghi post-teatrali ho scritto queste parole:
«C'è una persona che con pelle, muscoli, ossa, capelli, occhi e voce ti cambia la vita, te la scuote, ti accende il cervello con un miliardo di scintille e tu che diavolo vuoi fare? Vorresti parlarne? Spiegare? Commentare? Ma non scherziamo. Al massimo puoi piangere e dire grazie
E però Abbastanza sbronzo e Prodotto (l'altro testo - di Mark Ravenhill - messo in scena da Cecchi, l'altra meravigliosa esecuzione comica) meritano spazio, meritano parole. Se taccio rendo un cattivo servizio a loro e a quelli che arrivano su questo blog cercando su google "Tommaso Ragno" (non sono pochi, credete a me, e approfitto anzi per consigliare a questa brava gente 1) di andarlo a incontrare a teatro invece di perdere tempo leggendo le cose che scrivo io, 2) di fare un giro su tommasoragno.it).

Allora faccio parlare un'altra persona. Una persona che m'ha fatto capire e vedere un sacco di cose. Una persona che ha molto più diritto di me di parlare perché lui è uno che passa molto tempo sulle tavole di un palcoscenico a cambiare vite.  
Uso le sue parole per raccontare ciò che ho vissuto sabato e domenica. Credo che gli farebbe piacere. Come penso gli farebbe piacere sapere che una potenziale adorante ascoltatrice delle sue letture napoletan-Argentine (biglietti esauriti, in ogni caso) ha preferito imbarcarsi sul Vascello e lasciarsi sfibrare a fianco di Guy dalle bombe di Sam non una ma due volte di seguito. (E se pensate che due volte siano tante, sappiate che c'è che mi batte.)

«È un bioritmo che ha a che fare con l'umore, è una risultante matematica, è un fatto materico, è il legno dello scultore, o il pezzo di pietra, o la tela per il pittore. Questo rimanda [...] ad Amleto, in particolare al consiglio del capocomico all'attore quando dice che noi non siamo un flauto di vertebre, che può essere suonato a proprio piacimento: ogni attore suona se stesso, lavora su se stesso, utilizza se stesso, compromette il proprio corpo con il quotidiano».

«La dimensione davvero contagiosa del teatro sta in questa capacità di far scendere dal palcoscenico una corrente che il pubblico avverte e restituisce. Che è accettata per convenzione, ma che è una sintesi della vita che ci si vede ricreare sotto gli occhi da corpi viventi».

«La "lettura" di un testo è una questione materiale».

«Prima lettura vuol dire fondamentalmente due cose. La prima è che davanti a un testo nuovo, come un musicista davanti a una partitura che non conosce ed esegue per la prima volta, si trae un grande piacere, prima di qualsiasi approfondimento critico. Se ne intuiscono le possibilità. Da quel nucleo di immediato piacere e di possibilità infinite deriva poi una tensione a comunicare il testo».

«Il suggerimento alimenta una risonanza nel testo, quasi degli armonici: l'armonico, infatti, è quella nota che viene presa su uno strumento con una determinata tecnica che esprime l'incertezza che sta tra due note, cioè la possibilità che una nota mandi due suoni diversi*».
*Piccola postilla mia: credo che quando si sta in un teatro e si sperimenta sul proprio corpo cosa voglia dire questa possibilità che la nota emessa dall'attore mandi due suoni diversi, ci si dovrebbe dichiarare definitivamente felici e non chiedere più nulla all'universo.
«Credo che qualsiasi regista di prosa, ma anche qualsiasi attore (questo lo diceva molto più autorevolmente di me Mejerchol'd) debba conoscere profondamente la musica e i meccanismi che sovraintendono a una drammaturgia di carattere musicale. Quando ci troviamo in zone dove il genio gestisce questa drammaturgia, la posizione del regista molto spesso deve partire dall'umiltà di riconoscersi come un semplice rivelatore di quello che è invisibile in quanto gestito dal suono. Ma che è invece, quando arriva materialmente all'orecchio, una vera e propria drammaturgia musicale».

1 commento :

  1. ho visto lo spettacolo per quattro volte ma non ho visto la prima e le repliche, ho visto quattro spettacoli diversi ogni sera. questo è il teatro di Tommaso Ragno e Carlo Cecchi.
    unico, irripetibile e ogni sera non riproducibile.
    "ogni attore suona se stesso, lavora su se stesso, utilizza se stesso, compromette il proprio corpo con il quotidiano" (Toni Servillo)
    ed è questo che Tommaso Ragno è: un eccellente suonatore di se stesso, uno che si manda ogni sera a tappeto e contemporaneamente ti stende, uno che quando è sul palco ti emoziona al punto tale da farti dimenticare di respirare.‎

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