21 settembre 2012

Chiaro di luna e libero pensiero*, ovvero come salvarsi a Venezia (nonostante la vip area)

Ho cominciato il resoconto veneziano troppe volte. Prima era un post piagnucoloso e troppo personale che contemplava sconsolato le incertezze del (mio) futuro, poi voleva essere completamente cine-critico e rischiava di non finire mai, infine s'è confuso da solo e non sapeva più che strada prendere.

Quindi per evitare di esaurire settembre senza aver scritto almeno qualche riga, si fa così: intanto un racconto dell'esperienza festivaliera a beneficio dei miei pochi ma affezionati lettori abituali e poi altri post più strettamente cinematografici anche per chi arriva qui per caso o via google ed è interessato non a me ma ai miei soliti argomenti, ovvero soprattutto documentari, film russi e attori.
Segnalo già ora il diario che ho scritto per LoudVision durante il festival.

E come per il resoconto di Pesaro, procedo per punti.

Il retro della zona Mostra

VIP AREA: Persino chi come me va alla Mostra solo per vedere film, non può ignorare che intorno al Palazzo del Cinema ci si dedichi anche ad attività più mondane. Se non altro perché in certi posti c'è scritto proprio "VIP AREA" (vedi foto sotto) e perché semplicemente dopo le otto di sera si avvistano persone molto ben vestite, pettinate e (se donne) ben truccate.
Di fronte a una scritta come quella mi viene sempre un po' da ridere. Così come mi fanno sorridere gli esseri umani eccessivamente addobbati. Pur comprendendo l'enorme lavoro che c'è dietro.

VIP AREA
I miei capelli, per dirne una, hanno già notevoli problemi in condizioni normali ma immersi nell'umidità del Lido assumono un aspetto che si colloca tra il vergognoso e lo spaventoso. Ormai mi sono rassegnata e cerco solo di non pensarci.
Insomma, oh donne fighe della Mostra: io vi rispetto. Dirò di più: vi ammiro. Io non ce la farei. Certe volte, se non ho una forte motivazione, mi annoio persino a passarmi la piastra quando sto a casa e i capelli tengono. Figuriamoci quando sono immersa nelle paludi della morte veneziane.
E poi sotto sotto credo di essere sempre stata inconsciamente d'accordo con Virginia Woolf quando diceva (come scoprii da Zadie Smith) che «Con tutto il tempo che ho passato a guardarmi allo specchio, avrei potuto benissimo imparare il greco».
Potete quindi capire come mi sia venuto da ridere pure quando ho sconfitto il minaccioso buttafuori della VIP AREA di cui sopra grazie all'intervento di un dolce cavaliere che voleva salutarmi dal vivo dopo anni di parole scambiate solo virtualmente.

TONI SERVILLO: Nel post pre-Venezia avevo espresso preoccupazione per l'ingozzamento servillesco che mi aspettava alla Mostra. La cosa alla fine si è rivelata più sopportabile del previsto perché i due film - È stato il figlio e Bella addormentata - non erano particolarmente servillocentrici e così stata capace di viverli con relativa lucidità. Non ho mai realmente tifato per una Coppa Volpi dopo averli visti. Meglio così, considerando anche che quest'anno ho sofferto parecchio il fatto di dover vedere più film al giorno (spesso piuttosto impegnativi) senza avere il tempo materiale per rifletterci sopra.
Vedere troppi film e non avere il tempo per rifletterci
Ho notato però una cosa carina: le persone che conosco quando mi incontrano mi chiedono di Servillo.
Nell'antro della VIP AREA il mio musical cavaliere voleva sapere, riguardo a È stato il figlio, se mi fosse piaciuto «più per il film in sé o più per Toni» (e quando, pur con le debite precisazioni, gli ho risposto «il film», m'ha creduto fino a un certo punto).
E all'uscita dalla proiezione di Bella addormentata un cine-amico a me molto caro mi domandava, dopo uno scambio di idee generale, «Servillo ti è piaciuto?»: anche in quel caso ho detto che sì, mi era piaciuto, anche se il fatto di avere un personaggio un po' sottotono, molto interiore, lo penalizzava - almeno ad una prima visione - rispetto ai fuochi d'artificio verbali di Herlitzka o alla scena madre di Maya Sansa.

CINE-AMICI: Dal punto di vista delle conoscenze vecchie e nuove, Venezia 69 è stata ottima. I cine-amici sono quelli che conosci grazie al cinema, che incontri e re-incontri ai festival e con i quali chiacchieri di film.
Quello che incroci fuori dalla sala e ti chiede del tuo attore preferito. Quello con cui vai a vedere i cortometraggi di Orizzonti. Quella che non ha visto To the Wonder e non ha ancora digerito The Tree of Life e tu la rassicuri: «Stavolta non ci sono i dinosauri. Però ci sono i bisonti».
Quello che ti convince a seguirlo verso l'israeliano di Orizzonti quando invece tu volevi vedere il turco della Settimana della Critica. Quello che quest'anno non è potuto venire e allora bisogna che gli fai sapere com'era Susan Sarandon in The Company You Keep.
Piccole cose che tuttavia, quando torni a casa e ci ripensi, sono sempre le più importanti.

SYLVAIN JE T'AIME: Da un po' di tempo la mia vita cinematografica funziona così: a Pesaro studio, imparo e mi innamoro, a Venezia metto in pratica. Devo dire che anche a Torino si studia bene e mi piacerebbe poterci andare anche quest'anno ma... Niente, ho deciso di non scrivere un post piagnucoloso. Torniamo a noi.
Il mio amore per il documentarista** Sylvain George è nato a Pesaro ed è cresciuto a Torino.
Venezia, dove lui era presente col work in progress di Vers Madrid (Giornate degli Autori, sezione Cinema Corsaro, splendida proiezione in spiaggia sotto la luna), è stata l'occasione giusta per entrare in azione con un'intervista.
Un'intervista meravigliosa con un uomo meraviglioso.
Sylvain è uno dei pochissimi registi che conosco capaci di utilizzare davvero il cinema come strumento di libero esercizio del pensiero e soprattutto di azione politica. In senso pratico, non come mezzo per diffondere idee giuste. Leggete l'intervista (sul web ne trovate anche un'altra, sul magazine filmidee) e soprattutto vedete i suoi film. Come?
Paola Cassano e Caterina Renzi si stanno occupando di distribuire Les Éclats in Italia: se vi viene in mente una sala cinematografica che possa ospitare i fotogrammi di Sylvain, contattatele subito. Sono molto simpatiche.
Bicicletta carina vicino alla postazione Hollywood Party / Radio3
IL LIDO: Nessuno ama il Lido. Dicono che è inospitale, umido e soprattutto costoso. Tutto vero. E la qualità della vita è ulteriormente peggiorata dal Movie Village, cioè quella scatola artificiale con stand di vendita dvd, bar, pizzeria, tavoli, sedie e wifi che rende le giornate alienanti e alienate. Ne puoi uscire, certo, nessuno ti costringe dentro al recinto. Ma quando hai solo poco più di un'ora libera tra un film e l'altro semplicemente non conviene. Questa situazione spiega perché poi si arrivi a compiere scelte sciagurate tipo andare a vedere Francesca Comencini invece del documentario di Wang Bing pur di avere il tempo necessario per fare una passeggiatina e andarsi a comprare la merendina fuori dal dannato villaggio filmico.
Nulla però, nemmeno le stanze affittate a prezzi atroci e i mezzilitri d'acqua venduti a peso d'oro, riesce a cancellare la bellezza di alzarsi la mattina, vedere persone con l'accredito al collo che come te si avviano verso la Mostra o che fanno colazione in fretta e sapere che tutti avete in mente quel film. Il film delle 9. Di solito si tratta di un titolo importante in concorso, a volte in anteprima mondiale.
C'è qualcosa di commovente nel pensare a una piccola porzione d'umanità che apre gli occhi e li prepara all'incontro con un film.

Bene. Altri argomenti più specifici tipo "perché i turchi fanno sempre buoni film e infatti vincono premi" o "perché i russi parlano di cinema in modo magnifico" o ancora "l'uso della voce fuori campo nel documentario italiano: ieri e oggi" li rimanderei ai prossimi post.

Chiudo con la foto più banale ma non so mai cosa fotografare quando sono lì. Purtroppo non tutti i festival sono capaci di ispirare photoshoot di alto livello.
La foto banale
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* Il titolo del post è una libera e parziale ma pertinente citazione da Le lacrime di Nemo - L'esplosione - La fine di Francesco De Gregori. Tra l'altro De Gregori era a Venezia, protagonista di un documentario che purtroppo non ho visto ma pare non fosse granché.

** Daniele Vicari dice che la parola "documentarista" non gli piace. Capisco le sue ragioni ma a me piace un sacco. Ne riparlerò.

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