5 ottobre 2012

L'uso della voce fuori campo nel documentario italiano da All'armi siam fascisti! a oggi

La fatina del Pesaro Film Fest si posa sul dvd di All'armi siam fascisti!
Come raccontavo qui, alla Mostra di Venezia c'è il Movie Village e dentro al Movie Village ci sono gli stand che vendono i dvd (e i blu-ray, precisiamo, ché sennò c'è gente che si irrita). 
I prezzi solitamente sono buoni quindi cadere nelle tentazioni dello shopping non è mai un grosso guaio. Quest'anno però avevo pochissima voglia di spendere soldi e ho ceduto solo l'ultimo giorno con RaroVideo. 

Confusa tra le tante belle cose tra cui pescare (oh quel Cassavetes che non vedo da anni e oh quel Fassbinder che mi manca oh se compro un film mi regalano pure la maglietta), ecco che mi appare la fatina del Pesaro Film Fest* a salvarmi dall'indecisione indicandomi il dvd di All'armi siam fascisti!, documentario diretto nel 1961 da Lino Del Fra (di anni 34), Cecilia Mangini (di anni 34 pure lei) e Lino Micciché (di anni 27).

Micciché in vita sua ha fatto molte altre cose utili tra le quali fondare nel 1965 (e quindi all'età di anni 31) il mio festival preferito – e questo spiega appunto l'apparizione della fatina nello stand di RaroVideo.


All'armi siam fascisti! è un documentario cosiddetto "di montaggio" o "a base d'archivio" sulla storia e lo sviluppo del fascismo in Italia, realizzato montando insieme materiali di repertorio eterogenei per epoca, tipologia e provenienza.
Del Fra, Mangini e Micciché sono vigorosamente antifascisti (e ci mancherebbe altro). Questo fervore però ha procurato loro fin dall'inizio non solo censure e difficoltà nella distribuzione (il film non è mai passato sulle reti Rai) ma anche giudizi negativi. Nel 1962 Liliana Cavani (cito dal libretto allegato al dvd) «accusa il documentario di "sfottere invece di ragionare, esporre battute invece di concetti, scantonare, passare sotto silenzio brani e amplificarne altri a piacimento, fare ridacchiare sulle cose senza farle capire"».

Comprendo i dubbi della Cavani ma non credo sia quello il punto e tendo piuttosto a concordare con Cecilia Mangini quando dice (sempre dal libretto) che uno dei meriti del film sta proprio nell'«avere dichiarato apertamente allo spettatore l'angolazione del nostro sguardo critico in modo da non obbligarlo a un consenso indiscriminato. In altre parole, non abbiamo contrabbandato All'armi come un film oggettivo, anzi abbiamo gridato ai quattro venti il suo carattere partigiano, unico sistema perché – dato il suo strapotere di coinvolgimento – un film non manipoli le platee e lasci la capacità di pensare, di acconsentire o di dissentire, di criticare e perché no?, di entusiasmarsi.»
Entusiasmarsi, sì. All'armi è un documentario entusiasmante.

Un altro fondamentale merito del film è la cura riservata al commento della voce fuori campo. Specialmente perché uno oggi, nel 2012, potrebbe a buon diritto esclamare e che palle la voce fuori campo. E invece no.
La voce narrante di All'armi non è datata ed è di gran lunga migliore di molte voci narranti che ci tocca sentire nei documentari d'oggi. E come mai? Perché è affidata a tre attori (molto impostati, d'accordo, ma indubitabilmente attori), ovvero Carlo Sbragia, Nando Gazzolo e Emilio Cigoli. E perché il testo è stato scritto da uno scrittore e poeta, Franco Fortini. Sembra un'ovvietà, come dire: la torta è buona perché l'ha preparato un pasticciere.
Eppure no, non è un'ovvietà, non siamo più abituati a sentire voci così chiare e precise interpretare testi così articolati.

Trascrivo qui sotto un pezzo incantevole nella forma e nel ritmo (è una poesia, c'è poco da dire) e straziante (perché vero e perché ci riguarda tutti) nei contenuti:
Sulle piazze delle città, nelle vie dei vecchi borghi, ecco gli importanti, i dignitari, i fiduciari, i potenti, le eccellenze, gli eminenti, gli autorevoli, gli onorevoli, i notabili, le autorità, i curati**, i podestà, gli uomini dell'autorizzazione, della intimidazione, dell'unzione e della raccomandazione.
Ecco quelli che fanno il prezzo del grano e delle opinioni, che hanno in pugno il mercato del lavoro e quello delle coscienze, e ci sono quelli che aprono gli sportelli, baciano la mano a voscenza e ringraziano sempre perché non sanno mai i propri diritti. 
Eccoli dire di sì, di sì perché lo fanno tutti, di sì perché l'ha detto monsignor vescovo e il commendatore che ha studiato, di sì perché hanno quattro creature, di sì perché bisogna far carriera, di sì perché non vogliamo più essere morti di fame, di sì perché ho un credito, di sì perché ho un debito, di sì perché ci credo, di sì perché non ci credo, perché tanto nulla conta, perché io non conto nulla. Di sì perché non ho più compagni.
Nel cinema di oggi si sta invece pericolosamente diffondendo l'idea che la voce fuori campo possa farla chiunque. Spesso lo stesso regista. E proprio il sollievo provocato nelle mie orecchie da All'armi mi ha fatto tornare in mente due esempi recenti: Armando e la politica di Chiara Malta (2008, l'ho visto a Pesaro a giugno) e Sfiorando il muro di Silvia Giralucci e Luca Ricciardi (nuovissimo, era a Venezia, ne parlo qui a pagina 9). Due documentari molto diversi ma vicini, biografici e autobiografici, che le autrici dedicano ai propri padri: l'uno, Armando Malta, preda di continui mutamenti di bandiera politica che impensieriscono e incuriosiscono la figlia Chiara e l'altro, Graziano Giralucci, militante dell'MSI ucciso dalle Brigate Rosse a 29 anni nel '74 quando Silvia ne aveva appena tre. Tra i due ho preferito Armando perché più interessante dal punto di vista del linguaggio e nel complesso di maggior spessore cinematografico. Ma il film di Silvia Giralucci, seppure meno ambizioso e più televisivo anche come durata (ma lo trasmetteranno?), è mosso da urgenze personali intoccabili e, io credo, sincere (dico io credo perché altri del cui giudizio ho gran rispetto l'hanno definito "falso" e la cosa mi ha fatto riflettere anche se non ho cambiato idea).
Entrambi i film però fanno l'errore (così almeno viene percepito dalle mie orecchie) di non scegliere una voce fuori campo veramente adeguata. Forse per ottenere un effetto di autenticità, perché il racconto è in prima persona e la voce narrante è comoda, perché ingaggiare un lettore di professione ormai pare brutto o perché preoccuparsi della qualità letteraria del testo, della metrica o addirittura della recitazione sembra anacronistico. Non so***.
Ma non credo che ci farebbe così male, tornare a fare attenzione alla metrica.
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* Ora che l'abbiamo inventata, bisognerebbe trovare un nome alla fatina del Pesaro Film Fest. Pensavo, banalmente, a Lina in onore di Lino Micciché. Ma una Fata Lina esiste già. Suggerimenti?
** La parola "curati" venne imposta dalla censura ministeriale al posto di "prelati". I tre autori accettarono perché «le immagini non danno adito a dubbi, sono alti prelati quelli alla testa dei cortei, non si tratta di un'alterazione sostanziale», spiega Cecilia Mangini.
*** Senza generalizzare, perché ad esempio Gabriele Salvatores nel suo 1960 aveva un narratore-attore, Giuseppe Cederna. Probabilmente perché anche quello era un film di montaggio e in quel caso la scelta appare più obbligata. 
Nel gruppo dei registi che fanno le voci fuori campo c'è anche Alina Marazzi con Un'ora sola ti vorrei (uno dei titoli di film più belli di sempre, per me) ma lì vanno considerate anche altre ragioni narrative ed estetiche. Argomento complesso, insomma.

(Il titolo del post è pomposo ma l'avevo promesso. E me ne mancano ancora due, quello sui turchi e quello sui russi.)

2 commenti :

  1. Sul nome della fatina: Fata Pomodoro? [gh]

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  2. Non male. E 'sta storia della fata potrebbe essere il tema per un nuovo photoshoot pesarese. Ora ne parlo anche con Ponyo.

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