30 luglio 2013

C'era una volta il Premio Libero Bizzarri

Sono nata e cresciuta in un piccolo paese nel sud delle Marche, sulla costa. Non il luogo migliore per una ragazzina cinefila ma nemmeno il peggiore: negli anni della scuola ho sempre avuto a disposizione due cinema (ora non esistono più), un cineforum da frequentare, due o tre videoteche di cui una molto fornita, una biblioteca dove prendere in prestito i Castori, un paio di librerie affidabili, edicole più che buone e addirittura un festival estivo.


Tra il 2000 e il 2003, infatti, ho seguito con passione il Premio Libero Bizzarri, la rassegna dedicata ai documentari nata a San Benedetto del Tronto nel 1994 e che in quel periodo si svolgeva a luglio in uno dei due cinema del centro cittadino. A quel tempo la vecchia monosala era già stata trasformata in una multisala: la platea era diventata una sala grande mentre la smembrata galleria aveva dato vita a una sala media, un po' storta ma carina, e a una saletta indecente. Niente di idilliaco, sia chiaro, ma con tre sale ci si poteva permettere una programmazione festivaliera diurna piuttosto ampia. Dopo il tramonto, invece, si proiettava sullo schermo allestito nella zona pedonale proprio davanti al cinema. Palme, oleandri, mare a pochi passi, tanti spettatori potenziali da incuriosire sera dopo sera. Una cosa proprio graziosa.


In quegli anni, grazie al Bizzarri, ho visto su grande schermo tutti Diari della Sacher, Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, Bambini dall'abisso di Pavel Chukhray (#filmrussi!) della Shoah Foundation di Spielberg, Nel paese dei sordi di Nicolas Philibert, vari doc italiani di cui ho in parte perso memoria, L'isola di Costanza Quatriglio... E ricordo benissimo la proiezione de La meglio gioventù, proposto come evento speciale alla presenza di Alessio Boni e Jasmine Trinca, in una sala così piena che c'era gente seduta per terra.

E poi? Poi i soldi hanno cominciato a scarseggiare, il direttore artistico Italo Moscati si è dimesso, qualche anno dopo la multisala è stata prima chiusa, poi demolita e infine rimpiazzata da negozi. Da allora i documentari sono stati sballottati, quando è andata bene, nel teatro cittadino (che a sua volta, tanti anni fa, era un cinema) e quando è andata male nell'auditorium comunale o addirittura nell'aula magna di un istituto scolastico in pieno autunno/inverno. Capirete che i felici episodi di gente seduta per terra non si sono più verificati.
Malgrado tutto, quando mi trovavo in zona, ho continuato negli anni a seguire saltuariamente la rassegna e quest'anno, in particolare, per via dell'omaggio a Cecilia Mangini (del suo All'armi siam fascisti ho parlato qui) alla quale sabato 20 luglio è stato attribuito il premio "Una vita per il documentario".

Nel pomeriggio di lunedì 15, secondo giorno di festival, mi reco dunque in una scuola elementare locale (sì, non ridete) per la prevista proiezione di Essere donne in quello che sul programma viene definito "Auditorium". Mi aggiro per una decina di minuti nei corridoi della scuola deserta, privi non solo di indicazioni ma anche di una misera locandina del Bizzarri che mi rassicuri di essere nel posto giusto. Incrocio infine due gentili giovini - nella scuola è contemporaneamente attivo un laboratorio di regia - che mi indicano una porta. E lì scopro che il fantomatico "auditorium" è una normalissima aula troppo calda e con sedie troppo scomode. E vabbè, non mi aspettavo mica un IMAX.

Ho trovato però inaccettabile che l'audio fosse pessimo ("Eh, l'impianto è quello che è..."), che le finestre non fossero state adeguatamente oscurate (un po' di cartoncino nero?) e soprattutto che l'aula fosse un punto di passaggio per i ragazzi del workshop: per l'intera durata del film c'è stato un viavai continuo di gente che entrava, usciva e si fermava a chiacchierare. Questi non sono gli effetti di un budget ridotto. Sono gli effetti dell'incuria. Incuria che mi ha spinta a pensare una cosa per me - che adoro i festival e credo nella funzione indispensabile dello schermo grande - quasi blasfema: se stavo a casa e lo guardavo su youtube era uguale, anzi meglio. La stessa Cecilia Mangini mi ha fatto notare come, durante la serata di chiusura nel piccolo ma grazioso giardino all'aperto che ha ospitato i film e gli incontri serali del festival, il suo La canta delle marane non sia stato proiettato in modo corretto.
Allora, mi domando, ha senso mettere fiori e premi in mano alla Mangini se non abbiamo avuto cura e rispetto del suo lavoro? Non è po' fuori luogo scrivere sul programma/catalogo che la rassegna "si è trasformata nel festival più conosciuto del settore a livello nazionale e internazionale"? A vedere il doc, peraltro davvero pregevole e analitico, in quell'aula di scuola eravamo non più di quindici persone. 

Per fortuna il cinema è sempre più potente delle (auto)celebrazioni comunali e ascoltare Cecilia Mangini parlare di documentario e vederla sorriderti, ringraziarti e infervorarsi a notte fonda sulle atroci difficoltà distributive affrontate da All'armi siam fascisti ti risarcisce di ogni fastidio.

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